Lui è “il professore”. Noi amici lo chiamiamo così quando parliamo di lui: «e il professore lo hai sentito?». Il professore è da venticinque anni un amico e per vent’anni è stato il mio editore. Un editore di quelli che devi ringraziare il cielo di aver incontrato. Perché ruvido e generoso, intelligentissimo e capace di ascoltare. Uno con cui puoi litigare e avere persino ragione alle volte. Perché è uno che dà anche ragione, anche se sa tutto.

Il professore è Gian Arturo Ferrari, l’uomo dell’editoria italiana, da sempre. Colto ma anche attento al marketing. Chiamato professore perché insegnava storia della Scienza all’università di Pavia. Per un tempo molto lungo a capo del più grande gruppo editoriale italiano: Mondadori. Che vuol dire anche: Einaudi, Sperling, Piemme. Oggi presiede il Centro per il libro e la lettura presso il Ministero dei Beni e delle Attività culturali. E per la prima volta, lui che non lo aveva mai fatto, lui che ha pubblicato migliaia di libri di altri, ha scritto un libro. E come si intitola questo libro? Si intitola: Libro. Lo pubblica Bollati Boringhieri. Ed è una storia del libro, un ragionamento filosofico su cosa sia un libro, e una riflessione su cosa diventerà il libro. Tutto in un arco di tempo assai ragionevole, che va all’incirca dal 5000 a.C a oggi, e tutto in 215 pagine per 10 euro.

Non c’è spesa migliore che si possa fare. Al di là del fatto che il professore è un mio amico, questo è un libro appassionante. È il professore che fa il professore e che mette in queste pagine 40 anni di esperienza. Pieno di citazioni, sistematico, ordinato, leggero e appassionante. Non era del tutto scontato. Alle volte le persone molto intelligenti e molto colte scrivono libri molto meno intelligenti di loro. Non riescono a trasferire sulla pagina in una maniera adeguata il loro sapere.

Questo saggio, Libro, lo farei leggere nelle scuole. Perché dice a che punto siamo, ma soprattutto cosa siamo stati. Perché il libro è stato e rappresenta un mezzo trainante universale, perché non sparirà affatto, e perché pur destinato a diventare un’altra cosa, non diventerà mai abbastanza un’altra cosa. Non c’è nessuna retorica nelle argomentazioni di Ferrari. Nessuna difesa del libro come oggetto di culto, e nessuna cieca fiducia nel futuro digitale. Non si tratta di decidere cosa faremo con gli ebook e se l’editoria di qualità resterà. Non c’è nessuna semplificazione. C’è rispetto per l’autorialità ma con distanza e realismo.

Diviso in tre parti – la prima che parte dalla scrittura cuneiforme e finisce nella metà del Quattrocento, la seconda dall’invenzione della stampa all’invenzione dell’ebook, la terza dall’ebook a un possibile futuro – il saggio gira attorno al concetto di libro, al suo ruolo religioso, politico e sociale. Alle tecniche di stampa e alla nascita degli editori, ai fatturati e alle reali dimensioni del mercato editoriale del mondo. E nell’ultima parte arriva al libro elettronico. A quello che si potrebbe chiamare il libro senza corpo, quello che si può leggere sui device.

Finiremo per avere solo degli ebook? La domande non è questa. Ma è un’altra ancora. Tutta l’editoria scientifica, professionale e scolastica in futuro sarà solo in ebook: perché più rapidi, più aggiornabili, e più duttili. Ma a quella che Ferrari chiama la varia, ovvero l’editoria culturale e popolare assieme, cosa accadrà? Sarà solo un trasmettere il vecchio libro in un formato digitale? O cambierà il modo di scrivere e di raccontare?

Il libro come noi lo pensiamo ha generato scrittori che potevano al massimo inserire tra le pagine le illustrazioni. Magari persino a colori. Ma gli ebook potrebbero cambiare il modo di pensare la narrazione scritta. Aggiungendo come iperlink video, musica, riferimenti, testi paralleli. E se questo accadrà come diventeranno poesia e letteratura? È la domanda che ti fai appena chiudi questo saggio. Un saggio che finalmente mette ordine a luoghi comuni e spiega molto bene perché, come avrebbe detto Benedetto Croce, non possiamo non dirci tutti bibliofili.