Ogni felicità è a suo modo diversa. Ma le nostalgie e le malinconie sono tutte uguali. Sono uno scoglio, un inceppamento, una rinuncia, un sentimento legittimo e nobile che però apre molti problemi. Problemi sul presente e sul futuro, problemi con l’immaginazione, problemi con la capacità di progettarsi e di essere nel mondo. Qualche giorno fa, in un cinema romano: faceva freddo, la sala era grande e abbastanza piena, qualche centinaio di persone credo, anche se era primo pomeriggio. Ma tutti sopra i 50 anni. Danno: Quando c’era Berlinguer, il film documentario di Walter Veltroni a trent’anni dalla morte del leader storico del partito comunista. La pellicola inizia dentro un sole sfavillante con i sorrisi sinceri di ragazzi che non sanno molto di Berlinguer: mai sentito, non ricordo, forse sì, qualcosa… La macchina da presa non indugia sui loro volti con l’indignazione di primi piani spietati, ma ne è quasi intenerita. Poi, dopo aver preso atto che la memoria si smarrisce nelle amnesie storiche dei più giovani, la macchina da presa finisce in una piazza san Giovanni vuota, subito dopo una delle grandi manifestazioni del popolo della sinistra. Solo fogli di giornali che volano, la voce di Veltroni fuori campo che comincia a raccontare, e lo sguardo di Berlinguer, quell’uomo esile, severo ma con una dolcezza e una tenerezza strane, per nulla esibite eppure percepibili. L’uomo perbene e capace di sentire quei tempi contraddittori e drammatici. L’icona di un’altra Italia possibile, capace di rompere con la tradizione comunista, e di porsi i dubbi, ma in grado di essere un esempio per tutti quelli che cercavano una guida. Berlinguer raccontato dai suoi compagni di partito: dal presidente Giorgio Napolitano ad Aldo Tortorella a Emanuele Macaluso. Dal mondo della politica e del giornalismo: da Eugenio Scalfari a Claudio Signorile. I filmati di allora, le parole di Pier Paolo Pasolini, e quelle di Berlinguer lette da Tony Servillo. Berlinguer amato dalla sua gente, e vissuto con diffidenza dai vertici del partito comunista sovietico. Berlinguer che stringe la mano ad Aldo Moro, Berlinguer raccontato dalla figlia Bianca con grande compostezza, commozione e misura. Tutto giusto, Berlinguer meritava un film come questo, a trent’anni da quel drammatico giorno a Padova in cui si sentì male, entrò in coma e morì poco dopo. E Veltroni ha raccolto applausi ed elogi per questo film girato da un leader politico che ha voluto rileggere una storia che è la sua storia ed è la storia di molti, di tanti della sua generazione. Alla prima del film non si era mai visto uno schieramento culturale e istituzionale di quel genere tutto assieme.

Però qualcosa va capito. Qualcosa di importante. Va capito il rapporto che abbiamo in Italia con il passato e con la nostalgia, con quello che si è perduto e con quello che non potrà più essere. L’idea che le piazze si svuotano e volano soltanto malinconici fogli di giornale, dietro un vento che non sai dove porta. L’idea che c’è stato un tempo migliore, un tempo che però non si è mai compiuto del tutto. L’idea che la morale, l’etica, il rigore siano una condizione essenziale, l’unica essenziale: più ancora della capacità politica, più ancora dell’efficacia, più ancora della voglia di modernità, di un patto per il futuro. Anche se c’era quella capacità politica, e c’era la voglia di modernità, e anche il patto per il futuro. Con tutti i limiti e gli errori politici di allora.

Il nodo del film di Veltroni non è se l’immagine di Berlinguer sia quella giusta. E neppure se sia stato troppo agiografico o troppo critico. Il nodo del film non è su Berlinguer, per dirla tutta, ma è sul “Quando c’era”. È un attimo prima. Non è sulla rievocazione di quel tempo. Ma è tutto su quello che Milan Kundera chiama il paradosso matematico della nostalgia. In un suo romanzo intitolato L’ignoranza, Kundera scrive: «Quanto più esteso è il tempo che ci siamo lasciati alle spalle, tanto più irresistibile è la voce che ci invita al ritorno. Questa massima sembra un luogo comune, eppure è falsa. L’uomo invecchia, la fine si avvicina, ogni istante diventa più prezioso e non c’è tempo da perdere con i ricordi. Occorre comprendere il paradosso matematico della nostalgia: essa è più forte nella prima giovinezza, quando il volume della vita passata è del tutto insignificante».

La nostalgia di un tempo che non c’è più, di occasioni perse, di quello che poteva essere e non è stato, non è il rimpianto di una politica che non potrà più tornare. È qualcosa di più profondo, che appartiene al Veltroni regista di questo film, ma appartiene alla sua generazione, a quella che si è fatta classe dirigente negli ultimi trent’anni. Un generazione rimasta a una prima giovinezza, che non è mai cresciuta, e proprio per questo torna di continuo a una nostalgia che toglie futuro alle generazioni successive. Perché è vero che Berlinguer fu, come Aldo Moro, un grande uomo. Uomini in grado di leggere il loro tempo e di spingere verso nuove direzioni. Ma quel loro tempo fu un tempo tragico. Fu un tempo irrisolto, fu un tempo per molti versi da non rimpiangere. Non bastano le piazze piene di speranza, e non basta l’acume di Berlinguer per dimenticare i drammi, per rimuovere un tempo che non fu felice per nessuno. Ma fu un tempo cupo, irrisolto, che ci portiamo più come una ferita mai rimarginata che come nostalgia. Non fu certo responsabilità di Berlinguer ma fu così quel tempo.

Il paradosso matematico della nostalgia è quello di un paese bambino, fermo da anni a una lettura emotiva di quello che siamo stati. È il continuo riferimento a quanto si è perduto, a quanto c’era. Molti hanno ironizzato su Veltroni che quando dirigeva l’Unità metteva le figurine Papini. Erano ironie facili, il calciatore Pizzaballa, quell’Italia del boom economico, quell’Italia semplice, sana, l’Italia in commedia, l’Italia bonaria ma solida, capace di risollevarsi e diventare una delle potenze mondiali. L’Italia delle possibilità. Ma quella di quando c’era Berlinguer non fu un’Italia delle possibilità. Fu tutt’altro. Fu l’inizio di qualcosa di molto difficile, di controverso, fu lo sguardo preoccupato e responsabile di tutti quelli che capirono che qualcosa stava accadendo. Le parole di Pasolini non confortano mai. Erano allarmi. Presagivano tragedie. Eppure le si ricordano come fossero emozionanti. Il rigore e la moralità sono doti irrinunciabili, ma erano argini disperati per un fiume che esondava.

Veltroni dice che dopo l’omicidio di Aldo Moro il paese si è fermato. E con il paese anche Berlinguer. E mette l’orologio di una misteriosa felicità con la vittoria storica del Pci del 1976. Forse ha ragione. Ma il ricordo di quegli anni non può che perdersi dietro una rilettura sentimentale di frammenti, di parole, di stati d’animo rimasti quelli. Attorno a quegli stati d’animo, oltre quelle piazze, ben al di là dei campi di calcio di terra e fango dove giocava Pasolini, e dove una generazione irrisolta ha provato a inventare se stessa, c’era un paese che ha cancellato ogni vera progettualità, un paese fermo ancora oggi, e ossessionato dal cambiamento, dalle svolte, dalle rivoluzioni culturali proprio perché non è mai stato capace di farne una sola di quelle svolte e di quei cambiamenti. Siamo stati un paese bloccato, di equilibrismi sugli squilibri. C’è stata una classe politica bambina e nostalgica, senza che questi due termini debbano apparire offensivi, capace di rimpiangere tutto quello che era impossibile rimpiangere. Ovvero tutto quello che stava per accadere ma non è accaduto. Quello che non siamo diventati.

Ecco perché in Italia la nostalgia è diventata il paradosso costante. La nostalgia del 68, quando il nostro 68 è stato il più violento d’Europa. La nostalgia dell’impegno, quando l’impegno ha generato spesso posizioni radicali e settarie, la nostalgia di un’Italia semplice e felice, che però conteneva già tutte le contraddizioni che sono venute dopo, e forse non era semplice e felice, ma solo povera e ingenua. Un paese bambino che negli ultimi anni torna sempre lì, a quegli anni. La nostalgia della Rai di quel tempo, la nostalgia di certa musica, di pinne fucili ed occhiali, di certi sceneggiati televisivi. E poi la nostalgia dei caroselli, e dei nostri grandi attori, delle partite di calcio icone dell’identità nazionale raccontate fino allo sfinimento, e del cinema italiano. E non parlo solo dei capolavori, ma anche del cinema commerciale, quello più dozzinale. La nostalgia persino delle tribune politiche di quel tempo, di quelle grisaglie consumate, della televisione in bianco e nero, dei nuovi e vecchi cinema paradiso.

E poi la nostalgia degli intellettuali che puntavano il dito sulla tragedia di un paese bloccato, di un paese senza. Come Pasolini, e non soltanto lui.

Le carte che volano a piazza San Giovanni nel film di Veltroni non bastano a rendere poetico e malinconico quello che è accaduto. Il viso di Berlinguer, era quello di un uomo consapevole dell’impresa impossibile alla quale la sua generazione era stata chiamata. Il sorriso amaro di Aldo Moro, le testimonianze ancora sofferte e commosse dei testimoni dell’epoca. Fu una guerra a bassa intensità. Le cui braci sono ancora incandescenti oggi, anche se vanno spegnendosi. Fu una guerra a bassa intensità che tutti fingevano non ci fosse. Con un paese che andava avanti comunque, con un sangue che scorreva come non è accaduto in altri paesi europei. Un terrorismo sconfitto ma che ci ha lasciato una ferita ancora aperta. Non so dire quanto Veltroni sia consapevole che il suo film non è solo un omaggio a un uomo perbene e capace della storia di questo paese. Ma è soprattutto il fallimento della generazione successiva, la sua, che non ha saputo farsi classe dirigente, che è rimasta ferma.

Quando c’era Berlinguer era meglio? Quando c’era Berlinguer potevamo fare di più? Quando c’era Berlinguer eravamo tutti più felici? Quando c’era Berlinguer c’era quell’Italia, un’Italia che Berlinguer conosceva bene, meglio di molti altri. Piazza San Giovanni è ancora lì, forse senza carte che volano. E molti ragazzi non sanno chi sia stato il segretario del Partito Comunista Italiano. Un mio esaminando, già laureato, alla domanda: chi era Aldo Moro? Mi ha risposto: «il capo del Partito Comunista Italiano». Sono cose che capitano quando la memoria è corta. Ma tutto si impara. E non è questa la cosa più grave. È grave che rimpiangiamo un mondo che non era migliore di questo. Una politica che era torbida e poco trasparente proprio come quella di questi anni, film meno belli di quelli che oggi vengono prodotti, una televisione più brutta, didascalica e pedante, dei giornali scritti peggio, in un italiano contorto e prolisso, musica banale e senza spessore. Rimpiangiamo anni dove la violenza profonda del paese era mascherata da contrapposizioni di piazza che avevano l’alibi della politica. Anni dove la cultura era settaria, priva di originalità e provinciale. E facciamo tutto questo togliendo alle nuove generazioni il diritto di andare avanti, e preoccuparsi di un futuro prezioso dove non conta solo ricordare, dove non bastano le nostalgie. Dove la storia non è sempre tutto.

Berlinguer è stato un protagonista importante, uno degli uomini migliori della sua generazione. Ma quello che Milan Kundera chiama il paradosso matematico della nostalgia è il nostro contrappasso, che ci impedisce di capire bene dove mai inizia il futuro.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati

Il sogno di scrivere Cotroneo