Il cinema ci gira attorno, e ci girano attorno le fiction, i libri, gli articoli di giornale. Attorno a questo nodo che sta diventando piano piano l’ossessione di tutti. Quello di capire: capire quello che accade, capire vite e sentimenti, stranezze e novità, capire il presente e quello che sarà il futuro, soprattutto; per difendersi, per avere meno paura, per provare a immaginare quello che ci aspetta, e che aspetta i più giovani. Parlo di vita, di giornate quotidiane, di sentimenti, di solitudini. Parlo di gente che non sa più come dialogare con i propri figli, cosa dire al collega di scrivania con cui ogni mattina deve condividere il cornetto e il cappuccino, come affrontare linguaggi diversi e atteggiamenti diversi: di giovani che sostano sotto casa tua e schiamazzano fino a tarda notte, delle solite nevrosi di persone che non sono neppure più in carriera. E che si tormentano non tanto per i risultati che devono raggiungere, ma per quelli che non raggiungeranno mai.

Il cinema, ma anche le fiction, ma anche i romanzi, insomma tutto quello che è narrazione, è ancora in grado di raccontare il passato e rivisitarlo, e spesso scambia il futuro per fantascienza, ma di fronte al presente oscilla perduto. Come se i codici fossero diventati tutti inservibili.

Tra questi codici prova a muoversi un regista come Peter Del Monte. Molti film alle spalle, una lunga esperienza e un modo di girare attento e mai sopra le righe. Il suo nuovo film si intitola: Nessuno mi pettina bene come il vento, che è un verso di Alda Merini, ed è una storia minima, però piena di presagi.

Siamo in un luogo di mare vicino a Roma: a Santa Marinella. Lì vive Arianna, una scrittrice piuttosto nota che ha scelto, dopo la separazione dal marito, un intellettuale importante e mondano, di isolarsi dal mondo per scrivere. Arianna nel film è Laura Morante. Un giorno arriva una giornalista nevrotica, agitata, inadeguata al mondo. La deve intervistare, e porta con sé Gea, la figlia di 11 anni. La bambina è con la madre perché poi dovrà essere portata dalla nonna. La madre deve partire per un servizio all’estero e non sa a chi lasciarla. Ma Gea, difficile, introversa e sofferente, non vuole andarci, e a sorpresa chiede di poter rimanere nella casa da single, tutta libri e pensieri sulla letteratura, della scrittrice.

La situazione è paradossale, perché la bambina resterà per qualche giorno da Arianna: che non aveva mai visto prima e che non ha figli. In quei giorni accadranno delle cose. Gea conoscerà un gruppo di ragazzi, un po’ teppisti che disturbano sotto casa di Arianna. E tra questi ragazzi c’è Yuri, che ha una madre che lavora in un locale notturno, e che si fa filmare nei siti porno. Yuri spaccia droga, soprattutto a uno strano cliente, un altro scrittore ormai vecchio e perso che lo chiama Amleto, e lo prende un po’ in giro.

Una storia come tante, all’apparenza. Ma che in realtà racconta molto di più. L’idea che ci sia un mondo di gente che vive dentro un equivoco esistenziale profondo. Bambini, vecchi falliti, madri incapaci di stare al mondo, come la giornalista o la madre di Yuri, padri inetti o fragili, che non sanno prendere decisioni, trovare le risposte giuste. Il tema dei prossimi anni è solo questo: capire quanto la cultura, l’intelligenza, la sensibilità come le intendiamo normalmente siano ancora in grado di darci i codici giusti per muoverci nel mondo.

Vedere questo film di Peter Del Monte è come prendere atto che nessuno è più capace di orientarsi, che gli scrittori colti, che hanno letto tutti i libri, saggi e distaccati, sono dentro un mondo che non capiscono, come non lo capiscono i teppistelli che rompono le panchine del giardinetto sotto casa. E che forse il dramma di questi ultimi anni è proprio nell’incapacità di parlarsi e di guardarsi. Solo Gea, difficile da gestire, neanche troppo simpatica, non sempre personaggio positivo, che rappresenta un’infanzia senza retorica, senza finti candori, senza luoghi comuni, riesce a mettere in collegamento borghesia intellettuale e sottoproletariato.

Cosa è accaduto? Dove si è dissolta l’idea che il sapere, il voler capire, non sono più un privilegio di una classe sociale che è stata la nostra classe dirigente? Cosa è accaduto in questi anni? In troppi hanno pensato che fuori dalla propria casa, dai propri libri, dal proprio ambiente, per usare una parola facile, non ci fosse niente da capire. Esibire il proprio ruolo intellettuale, la propria lucidità, farlo nei salotti, scrivendo libri, andando in televisione non è bastato. Perché poi devi tornare a casa, chiudere la porta, sedere alla scrivania di rovere, accendere la lampada decò, di vetri colorati, guardare fuori dalla finestra – dove può esserci un mare o un centro storico a fare da quinta di teatro – e devi renderti conto che la consapevolezza intellettuale, i libri, i film che contano, i giornali importanti, hanno scavato solitudini come fossero argini invalicabili per un fiume di vita sempre più arido.

In questo film, per una volta, la tesi non è rassicurante, non è pedagogica e non è classista. Arianna, la scrittrice, chiede alla piccola Gea: «perché ti piacciono i ragni?». E la bambina: «perché sono brutti e fanno paura». E non bastano le luci soffuse della casa, i bei libri a convincere la bambina che la bellezza basta a salvarti, a portarti amore e felicità.

Non immaginate niente di eccessivo, e nessun luogo comune: da un lato gli scrittori non sono dei veggenti eremiti che capiscono tutto, protetti dalla loro torre d’avorio, e dall’altro il mondo comune, se così possiamo chiamarlo, non è fatto da gente che non sa, che non comprende, e che è inconsapevole di tutto quanto gli accade intorno. Quello che si capisce da questa storia è più interessante. Alla fine, in un modo che non sappiamo, perché non abbiamo mai voluto saperlo, la cultura della gente comune è cambiata. Forse non l’ha cambiata la collezione di narrativa Einaudi e neppure i libri Adelphi che si intravedono nel film. E forse non l’ha cambiata neppure (naturalmente in peggio) la televisione commerciale, i quiz, i talent e tutta quella roba che scorre in televisione, oggetto di indignazioni e di indifferenze da parte di chi ha letto e di chi si considera un intellettuale.

Yuri, il ragazzo di questo film è slavo, forse rumeno. Non si droga, vende cocaina a un vecchio satiro disfatto abbastanza ricco da poter mantenere due giovani ragazze asiatiche che potrebbero essere le nipoti, e abbastanza colto per capire la sua dissoluzione. Yuri non giudica e non vuole essere giudicato. «Cosa sono per te?», domanda al ragazzo. E il ragazzo: «Niente, non sei niente». E qui il vecchio satiro fa una smorfia e gli risponde: «Magari fossi niente… Ma tu sei troppo giovane per capirlo. Tu sei come me, un principe senza regno». E quando il vecchio satiro gli dice che partirà e andrà in giro per il mondo, e chiede al ragazzo se gli piacerebbe viaggiare, la risposta è questa: «Un posto vale l’altro, tanto dentro resti quello che sei». E il vecchio ribatte: «Noi dentro non siamo niente, dentro abbiamo solo fantasmi che si sono fatti la loro tana».

Frase suggestiva e molto vera. In fondo potrebbe essere l’epigrafe di un romanzo sul nostro paese. Certe volte i piccoli film dicono molte cose, raccolgono quello che gira, come il camion di un rigattiere che si ferma ogni volta che vede qualcosa di interessante. Qui c’è una piccola città di mare in inverno. Dei ragazzotti un po’ balordi, una bambina mitomane, una scrittrice che sta scrivendo una storia di Anna Kuliscioff, una delle tante icone della sinistra e del femminismo, poi c’è una giornalista senza spessore, che fa interviste svogliate. E intorno il nulla. Eppure capisci che il giornale per cui lavora la madre della bimba è importante, che la scrittrice è famosa, e l’ex marito un politico e intellettuale ancora più celebre. Capisci che non è un mondo di vinti, e non è un mondo di vincitori. La madre di Yuri smette di lavorare al locale notturno, dove fa la prostituta: parte per andare a vivere con un vedovo a Varese, la bimba torna con la madre come rassegnata, Yuri resta solo a guardare il mare, e attorno non c’è niente di più di quanto è rimasto delle nostre vite in questi anni. Attorno c’è il silenzio di gente che si è dimenticata di essere qualcosa.

Laura Morante in questo film non ha affatto il registro nevrotico impegnato. Non ha nulla di saccente, non fa la maestrina. Scrive certo, attorno tanti libri e le fotografie di autrici famose. Laura Morante non è una scrittrice, è una regista e un’attrice, ma forse le sarebbe piaciuto scrivere, se non fosse stato per quei troppi scrittori in famiglia, a cominciare da zia Elsa: «Ho accettato di fare questo film per la sua finezza narrativa. Perché mi piaceva il personaggio di una scrittrice che sceglie di isolarsi dal mondo, ma il mondo gli arriva in casa senza che lei lo possa prevedere».

Ma è come se quel mondo si fosse già sfaldato. È come se Peter Del Monte avesse tolto gli infissi dalle torri d’avorio, lasciando che strane alchimie facessero il loro corso. I piccoli luoghi avvicinano le diversità più di quanto si creda. Tolgono le illusioni delle distanze, lasciano addosso la consapevolezza che alla fine un percorso si è compiuto, che i linguaggi sono simili, i pensieri gli stessi per tutti, e che le élites sono soltanto delle fragili rendite di posizione che dureranno poco.

In questo film nessuno ha più un passato, come fosse depositato altrove, come un vecchio congegno che non si è più capaci di aggiustare. Tutti lo tengono lontano, staccato dalla vita, quasi dimenticato. Il vecchio satiro dice: «i ricordi? Non me ne importa niente dei ricordi, che brucino pure». Ed è quello che sta accadendo a tutti noi negli ultimi decenni. Come un day after, come fossimo sopravvissuti a un ordigno nucleare del tutto particolare: ha lasciato intatte le persone, i ruoli, le cose, gli oggetti, ma non quello che siamo stati. Se esistessero ordigni nucleari che ti tolgono soltanto l’anima, potremmo avere il dubbio che molti ne siano stati colpiti. Certamente i personaggi di questo film.

Tutto ruota attorno a questo regno dissolto che avvicina le persone, lasciandole sole. Come se le frasi fatte, i luoghi comuni, i ruoli non funzionassero più per nessuno. Come se la patina lucida che ci portiamo addosso per essere più visibili non fosse altro che un involucro inutile, slabbrato. Hai la sensazione che i principi senza regno che in questo film si muovono senza un motivo preciso, abbiano abbandonato il gioco e accettato la sconfitta, come si fa con le partite a scacchi. Ma senza neanche la dignità della sconfitta. Yuri continua a visitare un sito porno dove c’è un video della madre che ha un amplesso con un cliente, i polsi legati e una situazione sadomaso. Il padre di Gea parla alla bambina via Skype dal letto di un ospedale e gli mostra il calcolo biliare che gli hanno appena tolto, e con fierezza dice: «era di quattro centimetri». E Arianna colma del suo ruolo intellettuale prende la bambina e la porta davanti a una foto di Anna Kuliscioff. Lo fa perché Gea le ha appena detto che le piacciono i teppistelli che schiamazzano sotto casa e rompono le cose perché sono «liberi». E allora Arianna la ammonisce: «La vedi questa donna? Si chiamava Anna Kuliscioff, era nata in Russia, veniva da una famiglia molto ricca. Lei ha lasciato tutto e poi è venuta in Italia per unirsi a un gruppo di rivoluzionari. Lei sì che era una donna libera».

Non è vero neanche questo. Quel che resta della libertà è Gea che in una rotonda sul mare, mentre si prepara la festa serale del paese, quando ancora i musicisti provano e gli organizzatori stanno allestendo il palco e le sedie, si mette a ballare con Yuri: entrambi lo fanno male, con aria goffa, fuori tempo, come fossero ognuno per sé, ognuno a seguire una musica che non c’è, e che è la musica della cultura di questi anni.

Nessuno mi pettina bene come il vento finisce con Arianna che scrive le ultime righe del suo libro: «Ripensava a quegli anni lontani e le sembrava che quella vita appartenesse non a lei ma a un’altra, con un altro nome e un altro destino». Poi esce di casa, va incontro a Yuri: per la prima volta lo saluta ma lui non le risponde.

È così. Dalla Dolce Vita di Federico Fellini in poi, ogni volta che il nostro cinema cerca di capire come sta per cambiare il paese accade questo: c’è sempre un finale dove le persone non riescono a parlarsi e non riescono a sentirsi. C’è sempre qualcosa che ci allontana da quello che siamo stati, senza avvicinarci a nulla. C’è sempre un vento che ti pettina come può, e non prende ordini da nessuno.

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Il sogno di scrivere Cotroneo