Una leggenda, che ovviamente non ha alcun fondamento, dice che molti musei espongono copie di opere d’arte e non gli originali, conservati invece in caveaux di banche e fondazioni. La leggenda, molto suggestiva, spiega questa scelta in termini di sicurezza. E vuole che nessun critico, nessun specialista, sia in grado di distinguere la copia dall’originale. È una storia perfetta per un romanzo di fantascienza. Solo che alcuni aspetti non sono affatto fantascienza, ma realtà.

L’11 settembre del 2007 a Venezia era una piena giornata d’estate, il termometro segnava 27 gradi di temperatura, e all’isola di San Giorgio Maggiore, alla Fondazione Cini, potevano essere fieri del lavoro di Adam Lowe per il loro refettorio. Lowe è un signore molto interessante, un inglese che ha studiato alla Ruskin School di Oxford e che lavora a Madrid. Il refettorio benedettino di San Giorgio Maggiore, disegnato da Andrea Palladio, è una meraviglia dell’umanità. E Pietro Veronese fu incaricato nel 1562 di dipingere una grandissima tela che occupasse tutta una parete: Le nozze di Cana. Grande quasi dieci metri per sette. Una capolavoro dell’arte di tutti i tempi.

Quando arriva Napoleone Bonaparte in Italia, decide che l’opera del Veronese sarà il suo indennizzo di guerra e sempre l’11 settembre, ma del 1797, la fa tagliare in varie strisce, e la spedisce al Louvre. Dove è esposta da allora. Il refettorio, pensato in quel modo, resterà comunque mutilato. Ma in quel giorno caldo, con un po’ di vento, un collezionista esperto, François Pinault, entra nel refettorio e chiede sorpreso: «Come avete fatto a convincere Sarkozy a darvi quest’opera?». E il grande storico Salvatore Settis, negli stessi giorni, aggiunge: «non si distingue dall’originale».

Adam Lowe ha fatto fotografare l’opera al Louvre, con quasi tremila scatti ad alta definizione. Poi ha operato una scansione tridimensionale assolutamente innovativa. Inoltre ha trattato la tela con gli stessi procedimenti che usava il Veronese. E infine ha creato un’opera indistinguibile a occhio nudo da quella conservata al Louvre. Se la domanda è: oggi è possibile riprodurre un’opera d’arte in modo da renderla identica all’originale e ingannare gli esperti di tutto il mondo, la risposta è sì.

Sono passati nove anni da quei giorni. Oggi le macchine digitali sono ancora più sofisticate, e gli scanner a tre dimensioni hanno una resa impressionante. Riprodurre opere d’arte è ancora estremamente costoso, sono tecniche utili a creare opere che hanno un senso nei luoghi originari, luoghi per cui furono pensate, e che in quei luoghi non possono tornare per motivi diversi. Ma la profezia di Walter Benjamin sulla riproducibilità tecnica delle opere d’arte è diventata una realtà. Ed è possibile che nei prossimi vent’anni si possa fare una mappatura scansionata e cromatica delle opere più importanti e famose al mondo. In modo da poterle riprodurre in qualsiasi momento al bisogno: o perché qualche opera non può più restare esposta per motivi di restauro o conservazione, o perché è daneggiata, o per scelte di vario genere. Accadrà che utilizzando un database, magari scaricabile dal web, ci si potrà stampare in proprio opere che non si distinguono dagli originali?

Per ora ancora no. Ma tra dieci anni è una prospettiva plausibile. E a quel punto sarà da ridiscutere l’aura delle opere d’arte. L’idea della fruizione estetica data dall’opera o dell’originalità dell’opera. Il falso e il vero non smetteranno di esistere. Però potrebbe non esserci più differenza tra originale e copia. Come multipli, gemelli di emozioni, a disposizione di tutti.

Resterà a testimoniare il valore solo l’opera che – attraverso un meccanismo feticistico, sacrale e religioso – è stata prodotta, creata e toccata dall’artista? Come fosse una reliquia? E sarà sufficiente? O la nuova virtualità toglierà alle opere originali il loro valore? Ma la domanda più importante è ancora un’altra: tutto questo ci renderà più ricchi, o diventeremo più poveri?

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