La cosa che mi ha sempre affascinato molto di Friedrich Dürrenmatt è il sottosuolo. Quel suo modo di raccontare senza luce, con poca aria, con poche vie di uscita. Non in un modo cupo, ma con le tonalità naturali della vita che nessuno ha voglia di riprodurre. Quella sua luce naturale che non assomiglia affatto a quella che noi chiamiamo realmente luce naturale. Perché non basta sempre a restituire i dettagli, non è sempre bella, non ha una sua ragione, una sua verità. E al tempo stesso non è esagerata al contrario. Non è volutamente densa, cupa, scura e drammatica. E infine non è neppure quella via di mezzo che non accontenta nessuno, che lascia un po’ indifferenti. Il sottosuolo di Dürrenmatt non è quello di Dostoevskij: non è disperato, non è torbido, non svela la miseria umana, non è arrabbiato. È un sottosuolo studiato con criteri oggettivi. Un sottosuolo per un botanico, per un naturalista, per un tecnico che costruisce scavatrici.

Dürrenmatt è un drammaturgo e uno scrittore di questo tipo. Il suo giudizio sul mondo è una sfumatura senza importanza. Il suo sguardo è denso ma non chiede complicità al lettore. Il suo modo di esporre è lineare ed elegante, con un ritmo degno del suo talento, ma privo di qualsiasi eccentricità voluta. Uno svizzero passionale. Uno che usa i colori studiando i reagenti che li generano prima ancora delle sfumature. E infatti Dürrenmatt per tutta la vita coltivò anche la passione per la pittura. Quasi un lavoro parallelo.

Adelphi ora pubblica un suo racconto lungo intitolato La panne (traduzione di Eugenio Bernardi, pp.87, €10). Un auto in panne. Un signore che ha un piccolo incidente con l’automobile, chiede ospitalità e si ritrova in una situazione partadossale. Perché il padrone di casa che gli dà ospitalità lo trattiene a cena e gli dà un tetto per la notte, ma ha l’abitudine di assieme ad altri tre amici anziani come lui, di inscenare i grandi processi della storia. A Gesù, a Socrate e via dicendo. Pratica tra l’altro molto amata anche nella realtà da avvocati e pubblici ministeri.

In questo caso abbiamo un avvocato, un pubblico ministero, un boia e un giudice. Tutti in pensione. E questo signor Traps, un agente di commercio che diventa un imputato in carne e ossa. Ma imputato di cosa? Visto che il signor Traps non ha commesso alcun delitto nella sua vita, se si esclude qualche banale adulterio? Vai a scavare, entri nel sottosuolo e poi un delitto lo si trova. Certo un delitto molto traslato, un po’ particolare, del tutto eccentrico, ma finalmente un uomo che nulla aveva fatto nella sua vita e che nulla aveva mai pensato davvero di se stesso, di fronte al crimine, di fronte a quella svolta comincia a capire qualcosa di più, non tanto della sua vita, quanto delle vite di tutti, di quei destini, che come sostiene Dürrenmatt sono all’incirca tutti uguali.

Il sottosuolo di Dürrenmatt è proprio questo, sta esattamente qui. Le luci sono quelle dei suoi quadri, le parole hanno una nitidezza svizzera e al tempo stesso ombre lunghe che non concedono alibi.

Il libro è diviso in due parti. La seconda è il racconto vero e proprio. La prima parte la definiremmo una introduzione. Anche se non è una vera e propria introduzione, ma è quel reagente che permette all’autore di generare certe sfumature di colori. In quelle poche pagine iniziali c’è tutto il disincanto di Dürrenmatt verso la letteratura. La cosa più insopportabile è la casualità, la banalità dei grandi eventi. La fine del mondo arriva per una sbadataggine, non per un grandioso progetto maligno. «Non vi è più un dio che minacci, né una giustizia, un fato come nella quinta sinfonia», scrive: «ci sono solo incidenti stradali, dighe che cedono per un errore di costruzione, fabbriche di ordigni nucleari che saltano in aria… dal volto di un uomo qualunque fa capolino l’umanità, un semplice contrattempo si dilata involontariamente a fenomeno universale».

Quel contrattempo poco illuminato, scuro e indifferente, non disegna il nostro tempo. E non ci assolve. Ma non riesce neppure a condannarci fino in fondo. Perché, come forse potrebbe dire Dürrenmatt, dove crediamo di arrivare quando diciamo di voler arrivare fino in fondo?