Sono punti fermi, chiodi lasciati sulla roccia da alpinisti che aiutano quelli che verranno dopo. Su quei chiodi attacchi i moschettoni per afferrarti alle corde. In questa letteratura liquida, che è sempre più difficile da definire, la poesia diventa qualcosa di più di un genere letterario. La poesia diventa il caposaldo, la parete solida da scalare per arrivare in cima.

Sono anni che accade in modo sommerso. Sono anni che le strade della narrativa e quelle della poesia prendono direzioni sempre più distanti, come se fossero due universi che non hanno più niente in comune, che non sanno parlarsi. Il mondo della narrativa, il mondo letterario è diventato un ibrido, un contenitore di cose diverse, alle volte inconciliabili. Scrittori popolari che ambiscono alla letteratura alta. Autori sofisticati che sognano la popolarità senza riuscirci. E poi saltimbanchi, cinici perché fa tanto di moda, distaccati cantori di se stessi, insopportabili ignoranti che scopiazzano scrittori stranieri alla moda. Lentamente la letteratura, quella importante, quella figlia di continui ripensamenti e revisioni, che cerca di innovare, sia dal punto di vista linguistico, sia da quello strutturale, è diventata un cimitero degli elefanti.

Libri e autori esclusi dai premi, esclusi dalle interviste televisive, lontani dalle recensioni elogiative spesso incompetenti dei giornali più impegnati, finiscono in pochi mesi tra le edizioni esaurite, senza ristampe, e con qualche copia ben nascosta anche nelle librerie più engagé, come le Feltrinelli, ad esempio. Al tempo stesso siamo sommersi da scrittori impilati ovunque che mettono a frutto una scrittura banale, semplice, con strutture narrative universali e basiche. Con autori che “fanno” gli autori, ma non “sono” autori. Con parole inutili attorno ai libri. Gente che va in televisione a spiegare perché ha scritto un libro e si capisce che ha scritto un libro solo per poter andare in televisione a spiegare che ha scritto un libro.

In questo disastro culturale, commerciale e mediatico tutto italiano resta la poesia. Genere pericoloso, perché frquentato da un sacco di gente che conosce a malapena l’indicativo presente, e ha un talento innato per l’aggettivo e per l’avverbio. Ma questo è il demi-monde, spesso pubblicato da editori compiacenti e collusi con il cattivo gusto. Accanto a questo sciame di versi e rime che vanno a infrangersi da qualche parte senza lasciare traccia ci sono invece autori che provano a riprendersi il senso del lavoro letterario attraverso una scrittura poetica rigorosa, severa, e persino sorpendente. Non sono molti, ma oggi rappresentano l’ultimo avamposto fortificato che la letteratura può vantare prima che inizi il deserto. Le sentinelle si alternano sul muro di cinta, pronte a difendersi da attacchi che non arriveranno mai. Perché la poesia è vissuta con distrazione. Non produce best seller, non dà troppa visibilità, è una pratica sommersa, certosina, lontana dalle luci della ribalta.

Erri De Luca è tra quelli che si mette quando può a sentinella del fortino letterario. Lo fa con immenso snobismo e un pizzico di civetteria. Questo suo ultimo Bizzarrie della provvidenza, pubblicato da Einaudi (pp.56 euro 8), è una strada incerta su un basolato antico che ha perso stabilità, e che appare un po’ casuale, con pietre antiche, fango, terra, ciuffi d’erba. È un omaggio ai bizzarri, agli eretici, ai profeti e agli eccentrici incapaci di disobbedire alle chiamate divine, agli ordini della provvidenza, e in grado di distinguersi per casualità e incisività. Sono i bizzarri e gli eccentrici in grado di cambiare il corso delle cose, della consuetudine, della logica, della comprensione. Erri De Luca da anni studia le Sacre Scritture, e mette la sua letteratura a disposizione di un’ermeneutica perduta. Lo fa con romanzi e con poesie. Queste poesie eccentriche e spiazzanti sono il suo limbo, la sua difesa, il suo avamposto dell’avamposto. Sono la risposta a questa letteratura inutile e roboante che aspira alle vette, dimenticando, come dice uno di questi versi di Erri De Luca: «che il cielo non si scala».

Il sogno di scrivere Cotroneo