Uno degli episodi più misteriosi delle Sacre Scritture è quello narrato nel Vangelo di Giovanni. Quando viene portata dinnanzi a Gesù un’adultera. E gli scribi e i farisei gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». L’episodio è celebre perché Gesù pronuncerà la frase: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». E tutti ricordano queste parole che sono un insegnamento cardine di tutto il cristianesimo. Ma questa risposta di Gesù ha messo in secondo piano un dettaglio, che dettaglio non è affatto. Alla domanda degli scribi e dei farisei cosa fa Gesù? Secondo il Vangelo di Giovanni «si chinò e si mise a scrivere con il dito per terra. Tuttavia  poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: “Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dagli anziani».

Cosa scriveva Gesù? E perché nessuno lesse quelle parole? Jorge Luis Borges riferirà questo episodio in Altre Inquisizioni e dirà: «Gesù fu il più grande dei maestri orali, che una sola volta scrisse alcune parole in terra e nessun uomo le lesse». Forse immaginare le parole che Gesù scrisse con il dito, e per ben due volte, in terra, varrebbe cento, mille romanzi. Ma la cultura orale era questo. La scrittura non contava nulla. Contano le parole pronunciate in quel momento. E la cultura orale sopravvive per secoli e secoli fino a un momento preciso raccontato da Sant’Agostino nelle Confessioni. Sant’Agostino che era stato allievo di Sant’Ambrogio rimase colpito nel vedere il vescovo di Milano leggere senza muovere le labbra, e senza fare uscire alcun suono dalla bocca. Come se il testo potesse passare dalla pagina alla mente senza l’intermediazione della parola pronunciata, detta. Nasceva in quel momento esatto, o meglio a Sant’Agostino piace pensare questo, la cultura scritta come la intendiamo ancora oggi. La lettura in silenzio, le parole che prendono corpo e diventano parte di noi.

Gesù scrisse a terra, e nessuno lo lesse. In compenso in quel momento pronunciò parole che restano nei millenni. Oggi assistiamo invece a una sorta di pericolosa deriva della cultura orale. Vissuta ormai come un retaggio barbarico, come espressione arcaica, non alfabetizzata, affascinante nel tramandare storie e voci, ma destinata a perdersi, triturata dal tempo e dall’oblio. Ma è davvero così oppure sta accadendo qualcosa d’altro?

Ho la sensazione che quel ruolo se lo stia assumendo del tutto la nuova cultura scritta. Pochi giorni fa ho cercato di rileggere alcuni miei post e tweet di qualche anno fa. Ho chiesto a twitter di mandarmeli, come una cronologia. E mi è arrivato un file excel di fatto illeggibile. Appena cerchi di sistematizzare, di fare ordine nel web cominci a perderti, a non raccapezzarti. Le parole in rete non restano. Vengono inghiottite da tutta una serie di difficoltà date soprattutto  dall’immensa mole di scrittura che ognuno di noi produce ogni giorno, senza neanche rendersene conto. Mentre le parole pronunciate, i toni di voce, le pause, e le riflessioni hanno ormai uno spazio minimo e più impersonale possibile. La cultura orale perde di efficacia e singolarità. Diventa omogenea. Un po’ perché la comunicazione che conta è in una lingua internazionale, un inglese ridotto ai minimi termini, comprensibile in tutto il mondo, ma del tutto privo di sfumature. E poi perché ci stiamo abituando a utilizzare parole e linguaggi parlati con canoni da attori, utilizzando espedienti recitativi. Lo chiamano: public speaking. E vale in famiglia come sul lavoro e nelle relazioni interpersonali. Cosa ci stiamo perdendo veramente? E cosa resterà delle nostre parole vere in un mondo di scrittura che nessuno un giorno potrà mai leggere?

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Il sogno di scrivere Cotroneo