Era difficile raccontare in un film l’assenza. Il cinema avvolge, mette assieme, include, rende visibile. Non è fatto di lettere scritte a mano, o di parole dette da persone che non puoi vedere. Il cinema è spettacolo, e lo spettacolo è là: bello, forte, che ti arriva addosso come un treno dallo schermo.

E invece Spike Jonze lo ha fatto, ha mostrato l’assenza. Molti anni dopo Essere John Malkovitch, ha provato a raccontare una serie di cose che nessuno è capace di spiegare, di mettere in un film, senza finire in un mare di luoghi comuni.

L’assenza, e non la solitudine. L’assenza non ti lascia solo. Non è qualcosa che manca, è qualcosa che non c’è. E Lei, questo è il titolo del suo film, non c’è, non esiste, ma tiene compagnia, meglio: riempie la giornata di Theodor come nessun altro umano sarebbe capace di fare. Perché Lei, ovvero Samantha, ascolta e capisce, risolve e aiuta, pensa e non si lascia mai trovare impreparata, soffre senza essere invadente, accetta con dolore, aspetta con pazienza. Una donna perfetta insomma, se non fosse che non è un essere umano, Samantha, ma è un sistema operativo.

Spike Jonze è un americano di provincia, piccola provincia, Rockville per l’esattezza, nel Maryland, uno che si muove tra i dettagli, che vede le cose perché è nato in periferia, lontano. Ormai accade spesso che sia dalle periferire che arrivano gli sguardi sul mondo. Lui in questo film mette in gioco Theodor. E inventa una fantascienza prossima ventura, una fantascienza moderata, lieve si potrebbe dire, che non eccede in soluzione ardite, che non immagina cose stupefacenti. Ma sta solo un po’ più in là, più avanti di quel poco che serve per farsi raggiungere al più presto dalla scienza. Theodor (l’attore Joaquin Phoenix) vive a Los Angeles, che è Los Angeles solo in parte. Perché per l’altra parte è un quartiere avveniristico, ma esistente, a Shangai, nel distretto di Pudong.

Theodor fa un lavoro curioso: scrive lettere d’amore per altri, che non sanno farlo. Mette su carta emozioni che sono le sue e che diventano di altri. Questa cosa delle lettere d’amore scritte per altri mi ha sempre ossessionato. Perché non è un invenzione buona per un film, ma è sempre accaduto. Quando eravamo un paese analfabeta, le madri dei figli al fronte andavano a farsi screivere le lettere. C’era una mediazione: qualcuno che ti insegnava a dire le cose che non sapevi, qualcuno che aggiungeva sentimenti e vita a parole povere e incerte. Perché un tempo lo scrivere era l’unica cosa per rendere la lontananza sopportabile. Oggi che fingiamo di credere non ci siano più lontananze, resta ancora la scrittura a dirci che non è così. Ed è ancora nello scrivere che mettiamo tutto quello che possiamo, che sappiamo per sentirci meno soli.

Theodor è un uomo mite, con un matrimonio fallito alle spalle, con una bella casa, molto moderna. E con un dispositivo, una sorta di smartphone che assomiglia a un porta sigarette di quelli che usavano i nostri nonni. Veste con pantaloni a vita alta, cammina a piedi, ha qualche amico. La scelta di mescolare i vestiti e gli oggetti ti lascia vagamente stranito. Quei pantaloni li avresti visti addosso a Cole Porter, e quel dispositivo elettronico sembrava davvero la scatoletta dove mio nonno metteva le sigarette Turmac. Theodor ha lo sguardo un po’ svagato, di chi non sa bene in quale luogo vive. Tutto di lui è fuori del tempo, perché è il tempo emotivo a essere fuori dal tempo. Spike Jonze per la prima volta rompe l’idea che il futuro sia solo un tempo che sta più in là, più lontano, un tempo che va raggiunto. Il futuro è un orizzonte emotivo, non è la fine di una strada, ma curiosamente c’è un futuro che si trova anche nel passato, quando quel passato lo rielabori, e lo immagini diverso da quello che è stato. Per Theodor il tempo non è importante, il tempo, dopotutto, è uno stato d’animo.

Un giorno Theodor installa sul suo computer un nuovo sistema operativo: Os1, si chiama. Naturalmente è evoluto e parla. E a parlare è questa voce che di nome fa Samantha. Solo che è una voce emozionale, capace di pensare, capace di malinconia, capace di desiderare. Perché il punto è questo. I sistemi operativi sanno, ricordano, raccontano e organizzano, ma non hanno malinconie perché non desiderano, non sanno cosa sia il privarsi di qualcosa che si vorrebbe e non si può avere. I computer organizzano il tempo, ma non temono il tempo. Almeno fino a oggi.

Lei, Samantha – nel film con la voce di Scarlett Johansonn – ha nostalgia e malinconie, desidera e pensa al futuro, ricorda e teme lo scorrere delle cose. Ingenua fantascienza? Niente affatto. In realtà Lei è l’anticipo spaventoso di quello che sarà il nostro destino. Un destino di assenze senza solitudini. Di luoghi spopolati da vite vere, eppure pieni di cose autentiche.

Theodor si innamora di Samantha, e Samantha si innamora di Theodor. Solo che questo non è un film sull’amore virtuale. La solita storia di due che non si conoscono, che si incontrano, che si scrivono. Non è il trionfo della letteratura amorosa genere Laclos. Qui ci sono un uomo e una macchina. Theodor non potrà mai incontrare Samantha, perché lei non esiste, non ha un corpo. Theodor non può mentire al suo sistema operativo, e Samantha non può mentire a lui. Non ha bisogno di descriversi in un modo diverso, non ha ha dubbi sul suo aspetto fisico, non ha un aspetto fisico.

Non ci sono di mezzo immagini, fotografie, in questa relazione. Lui non può immaginare il suo viso, non può guardarlo neppure in un’icona fotografica perché quel viso non esiste. E ci sono poche parole scritte.  È solo conversazione. Non c’è possibilità di un incontro. Eppure entrambi evolvono, cambiano, si capiscono. Theodor sa che con lei potrà essere sincero fino in fondo. Samantha sa che potrà esserci tutte le volte che lui desidera parlarle. Fanno anche l’amore, in modo virtuale. E quando lei è emozionata sospira. Anche se lui le dice: «tu non hai bisogno di ossigeno, perché sei affannata?».

Ma non c’è mai un elemento fuori posto in questa storia, mai una sbavatura, mai un dettaglio esagerato. Tutto corre nel regno del possibile, e in un futuro che ci sgomenta. Perché  è solo un po’ più in là, ma esiste. Non troppo lontano da Los Angeles, alla University of Southern California lavora un ingegnere chimico. Si chiama: Daniel Lidar. Studia la teoria dei sistemi quantistici, con un progetto ambizioso: quello di cambiare il modo in cui vengono elaborati i dati. Non più con i bit, ma con i qbit. Insomma Lidar ha collaborato alla costruzione di un computer quantico che non ragiona attraverso un sistema binario, ma con un quantità di possibilità in più. Perché i computer quantici hanno la capacità di imparare dall’esperienza. Ricordano e hanno memoria, ma soprattutto sono capaci di riflettere su quel che sono stati. Se ricordi, se hai memoria, e se rifletti, hai nostalgia, e prima o poi rischi di trasformarti in Samantha. Vite virtuali senza corpi: vite fuori dal mondo che riempiono le giornate di gente ancora viva che fatica a esistere.

È un film vertiginoso Lei. È il sentirsi senza sapersi dei social network, è lo scrivere senza guardarsi. È la parola che non si fa corpo, ed è il tempo che non corre più in avanti, ma arriva dappertutto. In questo film non c’è futuro e non c’è passato. Ci sono sentimenti che fluttuano dentro tecnologie che servono solo a capire come l’amore possa crescere ovunque, nelle crepe di vecchi muri a secco, come fosse una pianta spontanea, o attraverso oggetti tecnologici impensabili, e capaci di trasformare il proprio computer, in una storia, in un racconto di emozioni.

Quando finisce il film esci dalla sala con una sensazione tremenda. Quasi stupito che il mondo possa ancora esistere come è sempre stato. È hai addosso una sensazione di pericolo, quasi.

Samantha è un sistema operativo capace di evolvere: per lei evolversi significa prendersi addosso tutto il dolore della sua impossibilità a esistere davvero, la sua paura di non essere adeguata. La sua gelosia per coloro che un corpo lo hanno. Theodor la rassicura, a lui questo non interessa. Le dice: «C’è qualcosa di molto bello nel condividere la tua vita con qualcuno». E lei gli risponde: «Come si fa a condividere la vita con qualcuno?».

In realtà questo film ti spiega che si può condividere qualcosa di ancora più importante della vita stessa. Come se i sentimenti, la nostalgia, il desiderio, possano diventare qualcosa che non appartiene a nessuno in particolare, né agli umani e né alle macchine. Ma entrano in qualcosa che sta altrove, qualcosa che non ha regole, una sorta di inconscio collettivo sentimentale che è patrimonio di tutti, e rende tutti uguali.

Samantha e Theodor sono questo. Ma non sono i soli. Nel film si capisce che sono molti gli uomini e le donne ad «avere relazioni con un Os1, con un sistema operativo». Ogni debole sorriso sulla trovata di Spike Jonze per chi non ha ancora visto il film è del tutto fuori luogo. In Lei c’è la sintesi estrema di quello che stiamo diventando. E di quello che non possiamo più essere. Siamo scrittura, strutture narrative, ed empatia con gli altri, un’empatia sintetica che non ha ancora trovato buone regole di funzionamento.

Siamo capaci di confessare le nostre debolezze a uno sconosciuto in un social network e a nascondere la nostra disperazione a tutti quelli che conosciamo da sempre. Siamo in grado di trasformare altre vite di cui non sappiamo niente, in sistemi operativi senza corpi, che ci parlano, ci giudicano, ci osservano, senza parlarci veramente, e senza veramente osservarci.

Abbiamo aggiunto vite, narrazioni, possibilità e futuro alla semplicità di esistenze che il futuro lo costruivano ma non lo decoravano come si fa oggi con fregi che puoi comprare online. Theodor e Samantha si seducono dentro uno spazio che per Theodor è vuoto, e per lei è solo un algroritmo di cui sappiamo molto poco.  Però ci illudiamo che i sentimenti siano gli stessi per tutti. Non solo per uomini di paesi diversi e di culture diverse, non solo attraverso i secoli e la storia, ma anche tra macchine ed esseri umani: tra sistemi operativi inalterabili e algidi, e corpi, pelle, sangue e sudore. Come se ormai in questa società che sembra dominata da tecnocrati e potenti l’unico modo per sopportare un orizzonte incerto è quello di raccontarsi la vite, come fossimo degli intrattenitori di se stessi. Gabriel García Márquez ha intitolato la sua autobiografia: Vivere per raccontarla.

E oggi raccontare vuol dire mostrarsi altrove, a quelli che non sanno riconoscere il tuo disagio o la tua gioia da un battito di ciglia, a quelli che non sanno immaginare il tremore delle tue paure. Ma è proprio la sensazione di pericolo di cui parlavo. Mostrarsi altrove ha come contrappasso la paura di non essere più riconosciuti veramente. La paura che quel battito di ciglia vada perso senza scampo, la paura di una solitudine affollata di cui non sappiamo che fare. Una confusa moltitudine che ci sta accanto, che non ci riconosce ma che può guardarci. Quella moltitudine che incontri sugli autobus, sui treni, nelle sale d’aspetto, passanti con uno sguardo che ti colpisce, intermezzi brevi di vita che puoi intuire, che puoi capire persino ma che nessuno può fermare. Incroci casuali che finiscono in direzioni che non puoi prevedere, se non nel fatto che i cammini interiori di quelle persone non sono i tuoi, e i tuoi non sono i loro.

Samantha c’è sempre quando Theodor clicca il tastino dell’auricolare che lo mette in comunicazione con lei. E lei inventa, genera parole che mettono assieme tutto quello che si può essere, senza rischiare di essere davvero qualcosa. Theodor si sente libero. Ma Samantha comincia ad avere paura. «E a farla breve, ho avuto paura», scriveva T.S.Eliot in un suo celebre poemetto. Perché, sempre parafrasando Eliot, Samantha non può «osare turbare l’universo». Perché alla fine la somma di storie che non ci sono e di amori che non riescono a essere come risultato fa sempre zero.

A furia di raccontare quello che non esiste, quello che si vorrebbe, ci si dimentica della perdita, non accetti mai il passare del tempo, lo scorrere dell’esistenza. Anche Theodor perderà Samantha. Anzi. Comincerà a capire che quella storia d’amore entra in crisi quando il sistema operativo andrà in upoload per aggiornarsi, e lui non riuscirà per qualche ora a comunicare con lei. Ma soprattutto quando Samantha gli dirà che parla con altre 640 persone. Ma non uno alla volta, non sarebbe da sistema operativo: tutte allo stesso tempo, ovvio.

E allora l’appartenenza, l’esserci, l’aversi dove va a finire? Perché l’aversi può esistere davvero quando si decide di affrontare il tempo insieme, quando cambiare è comunque un po’ morire, dopotutto. Ma il tempo insieme sta diventando una nuova utopia di questa contemporaneità. Il tempo insieme sembra diventare un sogno impossibile, qualcosa che non sappiamo più gestire e capire. Come se in questi ultimi decenni avessimo disimparato a fare i conti con l’altro, ad accettare il tempo futuro per come sarà. Come se nell’onnipotenza dei sentimenti, quando i sentimenti diventano il trionfo del narcisismo, ci si possa illudere di cambiare la storia, di trasformare il desiderio in qualcosa di progettato, di voluto e di immaginato come fosse un plot della propria vita. Tutti hanno pensato all’amore come a un romanzo che si poteva scrivere. Tutti hanno dimenticato loro stessi e messo a punto trame di futuro che non potevano essere. Nessuno ha aspettato con pazienza che fossero le trame dei sentimenti e della vita a dare le riposte. Nessuno ha lasciato – merito di un tempo di consapevolezza, certo, ma anche di un tempo di egoismo e di fretta – che il big bang dell’amore lasciasse a quell’universo il compito di espandersi attraverso le leggi della natura e attraverso le leggi del caso. Per questo non può continuare la storia tra Theodor e Samantha: senza tempo e senza attesa l’amore si scrive si riscrive sullo stesso foglio, fino a non riuscire più a leggere le parole, le lettere scritte.

Samantha ora è malinconica, piena di rimpianti, senza rimorsi. Lei non fa errori. Lui non può rimproverarle niente. Nessun amore può reggere senza errori, nessun amore sopporta l’impossibilità di franare in un rimprovero qualsiasi, anche il più banale. Tantomeno quello di Theodor e Samantha. Lei in una conversazione dice persino che non si piace in quel momento, che lo richiamerà.

Ma in questa fantascienza che non sa dove andare a collocarsi, in questa fantascienza che è già dentro di noi prima ancora che sia inventata da qualcuno, e che  troveremo facilmente all’incrocio successivo del nostro cammino, il passato, la consistenza della terra, arriva tutta assieme come uno schiaffo improvviso. A ricordare che la bellezza, quella vera, muore e deperisce. Che il corpo è un passaggio misterioso verso un dove che non si conosce. La consistenza della terra è nei paesaggi di montagna, nei boschi dove cammina Theodor quando ancora spera di ritrovare un’intesa con Samantha ma senza crederci più: perché non puoi amare qualcuno che non può morire. E Theodor capisce che la solitudine e l’amore possono essere la stessa cosa. Anzi che l’amore sta diventando una forma di solitudine, più di quanto si pensi. E lentamente la loro storia sfuma in modo inevitabile. Umana troppo umana, per certi versi.

Il tempo torna a essere tempo anche se  attraverso la voce di Samantha, quella voce che non appartiene al mondo, tutto dovrebbe restare eterno. E forse in questo mondo di assenze che ci parlano di continuo dagli schermi dei computer, degli smartphone e di tutto quello che ci rende connessi, non hai neppure più la libertà di restare da solo. Non puoi permetterti neppure quella solitudine che un tempo sembrava preludio alla disperazione e oggi è diventata un lusso; più dell’amore, più di tutte le storie che il mondo ci regala e che non possiamo fare nostre ma possiamo solo attraversarle in una bacheca di facebook o di twitter. Cambiando quel titolo di Márquez, vivere per raccontarla, in un altro titolo: non vivere per raccontarla. Che è il nostro presente, il nostro futuro, molto di più di quanto possiamo immaginare.

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