Se scrivi un libro di memorie, sei uno scrittore memorialista. Se passi le tue giornate a ricordare quello che sei stato e quello che hai vissuto sei un nostalgico. La perdita, il passato, il ricordo e la memoria li associamo di solito a qualcosa che appartiene al momento in cui mettiamo in atto questi pensieri. In pratica, per capirci, se oggi ricordo e torno al mio passato, è con gli occhi e la mente di oggi che lo sto facendo, e quindi in un certo senso lo sto rivisitando, lo sto elaborando e lo sto ordinando.

Il mondo è pieno di memorialisti, e probabilmente anche di notalgici. C’è un momento nella vita in cui ti rendi conto, con un brutale calcolo aritmetico, che gli anni che hai vissuto sono più di quelli che presumibilmente puoi ancora vivere. Ed è a quel punto che lentamente muta il tuo concetto di futuro, il tuo orizzonte di attese e comincia una elaborazione del passato che può avere due aspetti. In forma di ricordi che tornano e che si rimpiangono, oppure in forma di consapevolezza. Ovvero: non è importante che io non sia più quello che ero un tempo. Ma è importante che io sia oggi la somma di quanto sono stato nella mia vita. Nel primo caso abbiamo dei nostalgici. Nel secondo caso degli scrittori. Anche se magari scrittori che non hanno alcuna intenzione di scrivere.

Il caso di Francesco Guccini, però, è ancora diverso. Questo suo nuovo libro, intitolato Nuovo dizionario delle cose perdute (Mondadori, pp.148 ,euro 12.00) è un libro strano che mi ha messo curiosità. Devo dire che conosco bene Guccini, più di dieci anni fa scrissi per Einaudi un saggio su di lui a introduzione di un volume che raccoglieva i testi delle sue canzoni. E ho sempre seguito con attenzione il suo cammino letterario, un cammino che per lui è sempre stato prezioso almeno quanto la musica e i dischi.

Guccini è un allievo di Ezio Raimondi: docente a Bologna, tra i filologi e critici più importanti di questo paese. E Guccini ha un uso della scrittura per nulla ingenuo e per nulla casuale. Questo libro è un piccolo divertissement, certo, e lui stesso ci inviterebbe a non prenderlo troppo sul serio. Un racconto di cose perdute che riguardano tutti quelli che hanno almeno più di cinquant’anni: dai vespasiani alle cartoline, dai deflettori alle osteria, e poi l’autoradio, la carta carbone, la cabine telefoniche, le granite, i calendari dei barbieri e l’idrolitina. Una raccolto lieve, leggero, scherzoso. In qualche caso molto convincente e suggestivo, qualche volta con un eccesso qui e là di un didascalismo forse dettato dall’esigenza di farsi capire anche da lettori molto giovani che nulla sanno di queste cose, e molto apprezzano quel grande personaggio che è Guccini.

Ma quello che mi colpisce di più di questo libro, al  di là dell’idea della deperibilità delle cose nel tempo (in 50 anni perderemo moltissimi oggetti, usi e cose che esistevano da secoli, e non potremo farci niente) è il linguaggio, la modalità del racconto: quasi desueta e antimoderna. Non per polemica dell’autore contro la modernità, intendiamoci. Ma per necessità.

È curioso come la lingua sia sempre e comunque lo specchio dell’identità. Ed è curioso che esistano due Guccini: uno moderno e uno classico. Uno legato alla rapidità della canzone, della battuta, dell’invettiva. E un altro legato al tempo, al suo tempo. Al tempo di un uomo che oggi vuole solo scrivere, che ha abbandonato i concerti, e ricordando mette ordine alla sua vita attraverso il linguaggio, la parola: vagamente leziosa, di un’ironia lenta, anche bonaria ma elegante. Una scrittura in bianco e nero, virata in seppia. Una scrittura di cartoline, senza apparente pretesa, ma garbatamente sottile, capace di disegnare i confini del passato e i limiti del tempo che si è vissuto.