Mi ha molto colpito leggere sui social network centinaia se non migliaia di giudizi sull’Oscar a Paolo Sorrentino, su La Grande Bellezza, sulla serata evento dell’assegnazione della statuetta. Mi ha colpito perché mi sono reso conto che i social hanno scolpito i luoghi comuni critici come fossero delle opere ambiziosissime. E hanno generato un modo di fare opinione, di esprimere giudizi del tutto particolare, anche un po’ inquietante.

Un tempo esistevano due modi di giudicare. Il primo era quello dei critici, degli addetti ai lavori, ovvero di chi per cultura personale, mestiere, attenzione esprimeva un parere su quanto leggeva o vedeva, e lo faceva tenendo conto di molti fattori. Il primo fra tutti la competenza. La competenza non è un dettaglio: è il poter giudicare avendo strumenti, consuetudine ed esperienza. La critica cinematografica o quella letteraria, per non dire di quella artistica, era il punto finale di molti libri letti, di molti film visti, e di altrettante mostre d’arte frequentate. Poi aggiungevi studi, metodo, punti di vista. Il mix era spesso interessante, capace di aprire mondi, di mostrare spunti nuovi e soprendenti.

Il secondo modo di giudicare era quello della gente comune, che andava al cinema e poi usciti dalla sala, a film finito, ne parlava con gli amici. Poteva essere piaciuto oppure no, ma il modo di parlarne aveva sempre un certo buon senso.

Da quando esistono i social network è un disastro. Intanto perché la democrazia del web non tollera facilmente l’autorevolezza del critico. E poi perché il vecchio giudizio di buon senso non è più esportabile sul web. Non puoi dire: mi piace o non mi piace. Devi improvvisarti un critico per mostrare a tutti di essere molto di più. Solo che gli strumenti, l’esperienza, l’attenzione non ci sono. E allora leggi opinioni, giudizi, espressioni  che sono prese a prestito malamente un po’ ovunque, e sostanzialmente ridicole.

È il dramma del chiacchiericcio, che i social hanno esasperato. Ho letto di tutto sul film di Sorrentino in questi giorni, ma non ho mai letto nulla che mi facesse davvero riflettere. Agli americani piace questo film perché dà l’immagine dell’Italia che vorrebbero loro… L’Italia non è questo… Ho ritrovato sui social vecchie incrostazioni marxiste-leniniste che mai avrei immaginato esistessero ancora: non è la realtà, non è lo specchio del paese…

È anche spiegabile: il popolo dei social è lo stesso che poi si imbottisce di fiction televisive, che ormai sono una forma aggiornata del realismo socialista. Ha perso qualcunque capacità di leggere veramente un film. Ma la possibilità di esprimere pubblicamente la propria opinione lo trasforma in un critico un po’ goffo e supponente.

La Grande Bellezza è un film visionario, perfetto anche nelle sue imperfezioni, girato in modo magistrale. E Toni Servillo è uno dei più grandi attori del mondo. Questa è la verità. Eppure non ci si riesce. L’ansia di giudicare è ormai data da questa ribalta del web che permette a tutti di esprimere la propria opinione, e questo è giusto. Ma con i vizi, i tic, e le nevrosi di certa critica. Senza però le competenze, l’esperienza e la profondità di certa critica. In questo purtroppo abbiamo perso molto. E la colpa è di tutti. Delle stellette nei film, del fatto che i critici, un tempo anche tromboni, nei giornali andavano sostituiti con gente che avesse un giudizio più fresco e più leggibile, rapido e poco profondo. Insomma colpa di una omologazione del gusto, dei giudizi, che ha prodotto tutto questo. Non ho mai letto tante sciocchezze sarcastiche e supponenti come in questi giorni. O al contrario elogi un po’ casuali, giusto perché di qualcosa bisogna pur scrivere. Ma la semplificazione di tutti i linguaggi ha portato a un analfabetismo di nuovo tipo, esclusivamente italiano, di cui ci accorgeremo molto presto: nella politica, nella cultura e nella società.