Sono ossessionato dai mondi perduti, da quelli che non si capiranno più. Colpa di una eccessiva semplificazione, o forse colpa di un’epoca che ha molto più tempo di altre, ma che non ama perderlo, che corre anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Quando avevo sei o sette anni mia madre mi regalo un pianoforte. Era un verticale tedesco che non veniva suonato da molto e andava rimesso a posto, perché fosse adatto allo studio dello strumento. Venne un vecchietto con una valigia piena di legni, feltri, laccetti in cuoio, colle, carta vetrata, olio per lubrificare gli ingranaggi e pezzi di avorio per sostituire tasti rotti. Non lo ricordo più ma forse aveva anche delle corde. Si mise al lavoro e io lo guardavo come fosse un alchimista. L’odore di quel legno antico rimase per me l’odore della musica, da allora in poi.

Adelphi ha appena pubblicato nella Piccola Biblioteca un delizioso libro di Alfred Brendel. Si intitola: Abbecedario di un pianista (pp.96, € 12.00). In ordine alfabetico Brendel, uno dei più eccentrici e importanti pianisti viventi, prende in esame una serie di voci sulla musica, sui compositori, e sul pianoforte. Ragiona per la maggior parte su cose che non capirà quasi nessuno. Perché i musicisti sono sempre meno, e sempre meno attenti ai dettagli meticolosi sulla musica. Entra nel cuore dell’interpretazione, dentro i segreti di una partitura, dell’ascolto, della qualità dei pianoforti. Gioca con una materia che andrà a perdersi, e resterà per pochissimi, per gente che ha fatto a botte con la modernità e con la velocità, con le sottigliezze e le dolci complicazioni, con domande che sembrano non servire a niente e invece servono a tutto.

È un libro lento questo di Brendel. Uno di quei piccoli testi che dovresti leggere in un tempo lungo, ripensandoci diverse volte. Non è fulminante, non lascia perle di saggezza sulla musica, ma è materiale di lavoro. Un’officina pianistica in forma di parola, come un suono che ancora aleggia nell’aria, e tende a sfumare. Ma coloro che non suonano, che non hanno una confidenza con la musica e soprattutto con il pianoforte quanto potranno capire del significato di un ritenuto, di un ragionamento sulla diteggiatura di un brano, e soprattutto della memoria di una diteggiatura? Quanti si renderanno conto della vertigine delle ottave, che tutti abbiamo suonato con grande forza e grande intensità, del misticismo di Liszt, e di tutte le accezioni e le possibilità che dà un pedale di risonanza? Mi auguro molti di più di quanto sembri.

Abbecedario di un pianista è un museo della musica involontario, ma è un museo vivo. Un luogo dove i pianisti hanno suonato i loro compositori preferiti da pochissimo ed è come se l’anima di quelle interpretazioni, la consistenza di quei pensieri, restasse in quelle stanze come un ostinato musicale, come la ripetizione di una strofa. Ho cercato di leggere questo libro dimenticandomi quello che so dei pianoforti e dei compositori che hanno scritto per questo strumento. Cercando di stupirmi a ogni pagina come fossi un completo profano della materia. E non c’è dubbio: questo è un libro semplice e non semplificatorio, profondo ma senza eccessive complicazioni.