Quando avevo poco più di vent’anni, nel 1983, scrissi un brutto romanzo che ho buttato nella spazzatura dopo averlo dimenticato in un cassetto per un decennio. Si intitolava Dalla parte della leggenda, e lo avevo scritto tutto al computer: un Olivetti M20 con sistema operativo Pcos. Cosa significhi tutto questo, a trent’anni di distanza, è presto detto. Si trattata di un sistema elementare che permetteva al computer di avviare un programma di scrittura che si chiamava: Oliword. Sembrava pura fantascienza. Oliword era illeggibile da qualsiasi computer che non fosse un Olivetti. Internet non esisteva, e i testi si archiviavano in floppy disk da cinque pollici, di tipo flessibile. Sembrava fossero indistruttibili.

L’altro giorno facendo ordine in vecchi cassetti li ho ritrovati. Nessun supporto al mondo è più in grado di leggerli. Né come lettura fisica, e neppure come lettura digitale. Nel senso che i computer di quel genere non esistono più, e dunque i supporti per leggere quei dischi neppure. E inoltre quei sistemi operativi sono sepolti nell’oblio della storia. Per fortuna, diciamo così, di quel romanzo era meglio non restasse nulla. Perché oggi non ci sarebbe alcuna possibilità di recuperarlo.

La digitalizzazione della vita è un guaio di cui nessuno si rende conto. Tutti i formati fotografici che utilizziamo: dal jpg al tiff, dal raw al png sono temporanei. Oggi si leggono, domani chissà. Dipenderà dalle multinazionali, dalle aziende che investono nel futuro, dipenderà dalla volontà di convertire quei files in altri files altrettanto leggibili. Dipenderà dai sistemi operativi. E non è una cosa che interesserà i posteri lontani, ma riguarderà già la nostra vecchiaia. Tra 30 anni non sapremo se tutti gli archivi fotografici saranno ancora visibili con i nuovi dispositivi. Perché la lettura non è fisica, ma è algebrica. Il formato digitale è una sequenza di numeri, di codici, che permettono ai computer di rendere in immagini quello che scattiamo, o i documenti che creiamo.

Si tratta di salvare tutti gli archivi del mondo. I giornali come le fotografie, i documenti come gli schedari digitalizzati, e anche i libri. È non è affatto  sicuro che la salvezza della cultura del mondo sia nel digitalizzare tutte le biblioteche del pianeta. Anzi. Importanti agenzie americane come Cia e Nsa hanno l’abitudine di microfilmare tutti i documenti digitali. I microfilm, che oggi potrebbero apparire come qualcosa di antico, da vecchi film di spie, hanno una durata, in condizioni ottimali, di 500 anni senza perdere in qualità. I più grandi fotografi, come ad esempio Sebastiao Salgado, utilizzano certamente fotocamere digitali, ma dalle foto digitali fanno ricavare un negativo analogico, che poi useranno per stampare l’immagine. È una procedura complessa che garantisce migliore qualità e durata. Ma è un tornare indietro, in un certo senso. L’analogico è più sicuro del digitale.

Sono cose per professionisti, queste. Per gente che può investire molto. Tutti gli altri dovranno accontentarsi e sperare che i loro dvd blu ray siano ancora comprensibili per le macchine del futuro, che tutti i ricordi non finiscano un giorno in mano a nipoti che cliccandoci sopra leggeranno che il file è in un supporto non leggibile, e che i miracolosi ebook in formato epub possano rimanere inalterati almeno quanto gli incunaboli e le cinquecentine.

C’è da giurarci che nessuno si metterà d’accordo a uniformare quelle piccole estensioni a cui nessuno fa caso: pdf, jpg, raw, dng, e via dicendo. Si tratta di affari, di supremazia, di mercati, di futuro. Niente svanisce più in fretta di un supporto digitale. Anche se vogliono farci credere che saranno eterni. Come i miei floppy disk di trent’anni fa. Indistruttibili, forse, ma certo illeggibili. Ed è soltanto la leggibilità quella che conta.