La ruota dei libri dimenticati gira da sempre. E macera titoli, autori, intere epoche di cui nei cataloghi editoriali rimane poco o niente. Un tempo i testi che non si trovavano più in libreria erano accessibili nelle biblioteche; non c’era quella linea netta tra ombra e luce che separa oggi i testi che si possono ancora leggere da quelli che finiranno nell’oblio senza appello. Non c’era perché si pubblicava meno, perché paradossalmente tutto era più reperibile, perché era normale che i libri stessero in certi luoghi: le case, le biblioteche e le librerie. Oggi che i libri stanno ovunque, sui kindle, come su google reader, come nelle biblioteche, non stanno più da nessuna parte. E sono davvero perduti. Non abbiamo rimpicciolito gli aghi, anzi ci sono molti più aghi di un tempo. Peccato che stanno dentro pagliai infiniti come gli universi.

Risultato: siamo sommersi da libri di autori importanti, che vengono ristampati, e dimenticheremo autori altrettanto importanti che il mercato aiuta a far dimenticare. Nella prima categoria c’è sicuramente Philip Roth. Ora, vorrei dire una cosa molto impopolare. A me Philip Roth annoia abbastanza. Con lui mi sembra di essere come uno che viene invitato a cena da una nobildonna munita di palazzo prestigioso – di quei palazzi un po’ delabré, vagamente opacizzati dal tempo – e sei costretto per tutta la sera ad ammirare la quadreria, e poi l’argenteria, e ancora i vetri Lalique, e poi le carte da parati, e ancora le mantovane, i pizzi, i broccati, le poltrone Luigi XV, i trumeaux, i tavoli intarsiati, e la collezione di marmi del Cinquecento. Dopo venti minuti, pur riconoscendo che le cose che stai vedendo sono degne di un particolare interesse, vorresti trovare una scusa, salutare, e lasciare la cena con ferma cortesia.

Quasi ogni volta che leggo Philip Roth mi sento così. Riconosco una buona penna, un’arguzia (meno arguzia di quanto si voglia far credere), mi accorgo di un certo talento nel descrivere il mondo e stare nel mondo. Ma la collezione che mi mostra non è fatta di pezzi unici, solo di roba buona per antiquari che riforniscono le case dei nuovi ricchi.

La nostra gang, pubblicato da Einaudi proprio in questi giorni (pp.173, 18 euro), è un pezzo del genere, è un libro sfuggito alla ruota della memoria. Un romanzo, del 1971, francamente un po’ datato, che per il successo del suo autore viene definito «profetico». È il destino degli autori di successo. Quando scrivono qualcosa che viene riletto dopo molti anni è mostra tutti i segni del tempo sono profetici, mentre tutti gli altri, che non se lo possono permettere, sono soltanto desueti. La nostra gang racconta di un presidente degli Stati Uniti, Trick E. Dixon, disonesto, cinico, baro, decisamente schifoso, capace di ogni nefandezza, degno dell’inferno ma in grado di essere anche il peggiore di tutti, persino di Satana. Ovvio che Dixon è Nixon, che il libro è profetico perché anticipa il Wategate, che il racconto è fortemente impegnato, perché c’è di mezzo l’escalation in Vietnam, e tutta l’opacità del sogno americano.

Ma l’effetto è proprio quello dell’entrata nel palazzo della nobildonna. Superi l’ingresso e pensi: accidenti che stucchi e che saloni. Poi ti accorgi che sono sempre gli stessi, che si ripetono come un tedioso argomento (avrebbe detto T.S.Eliot) e ti chiedi se non sarebbe finalmente il caso di esprimere perplessità su certe mode e certi autori.

Non mi piace il cinismo di Roth, non mi piace la professione dello scrittore intelligente e sarcastico a ogni costo. Non mi piace questa letteratura che si tiene lontana da tutto e giudica tutto fingendo di non giudicare. Non mi piace quando Roth fa il giornalista fingendosi scrittore: perché insegna a troppa gente a fingersi scrittori quando sono soltanto dei giornalisti.

Pastorale americana è naturalmente un capolavoro. La nostra gang è un libro che ti strappa qualche sorriso. È come guardare vecchie fotografie che non sono le tue, ma ti riportano a un’epoca che riconosci: con la gente coi pantaloni a zampa di elefante e le collane di fiori freschi. Ma per il resto è una coazione a ripetere. Una fuga di stanze tutte uguali, dove l’unica cosa che cambia è l’illuminazione. I rothiani si indigneranno per questo. Io proprio dovevo dirlo. Perché nel conformismo contemporaneo certe cose non vuole dirle più nessuno.