Bilund è una piccola città danese di seimila abitanti. Un luogo grazioso e tranquillo tra i più visitati della Danimarca. Questo perché proprio lì, nel 1916, un certo Ole Kirk Christiansen inventò i mattoncini Lego. Generazioni di bambini hanno giocato con i Lego, hanno costruito case, oggetti, hanno immaginato le forme più strane, e le hanno realizzate, incastrandoli uno a uno, scegliendo i colori, decidendo che tipi di mattoncini usare; dandosi un tempo di costruzione che andava di pari passo con i tempi di ideazione. Lo spazio dell’infanzia si riempiva di possibilità ma anche di ripensamenti, di prove ed errori, di progetti e di pensiero. Ma tra vent’anni nessun bambino cercherà di inventare la realtà incastrando assieme i mattoncini Lego. Si servirà invece di un file Cad per creare tutto quello che gli viene in mente. Merito di una realtà di cui non si parla ancora abbastanza: la realtà delle stampanti tridimensionali, quelle in grado di creare oggetti.

Le stampanti 3D cambieranno l’industria e dunque il mondo, e avranno lo stesso peso che un tempo ebbe l’invenzione della macchina a vapore. Lo si dice a mezza voce perché per ora sono oggetti ancora piccoli, possono utilizzare pochi materiali,  e il cammino sarà lungo. Ma la strada ormai è aperta e tutto sarà possibile: riprodurre organi umani, generare oggetti industriali, fino, forse tra una quarantina di anni, a inventare la materia. Dal punto di vista industriale le possibilità sono infinite. La produzione di oggetti sarà delocalizzata. Avrà un costo molto basso. E passerà tutto attraverso la rete. Si stamperà l’oggetto ordinato sulla macchina 3D più vicina all’acquirente, e lui andrà a prenderlo senza spese di spedizione.

Tutto questo oggi è già possibile, e ci abitueremo presto a questo miracolo. Ma quello che colpisce molto di più è un’altra cosa. È l’idea che la mente produca materia, produca oggetti. Il fatto che si possa generare qualcosa da un pensiero trasportato su un computer.

Cosa significa esattamente? Significa che saremo tutti alchimisti. Nel senso junghiano del termine, non in quello dei film Disney. Non si tratta infatti di mettere nel pentolone strani intrugli e cuocerli fino a generare oro o la pietra filosofale. L’immaginario alchemico è la creazione senza il fare, senza la tecnica, e senza il tempo. Questa è la vera rivoluzione cognitiva, ancora più forte di quella industriale che daranno le stampanti tridimensionali.

L’immaginario alchemico è partire dall’inconscio, dai propri fantasmi, dalle immagini interiori e generarle fisicamente dentro una macchina. La creazione non è una costruzione. La creazione viene dal nulla. Si potrebbe obbiettare che in realtà per stampare un oggetto tridimensionale occorre un progetto, un file, il computer deve dare istruzioni attraverso un programma, e la stampante deve utilizzare materiali plastici per attuare l’idea. Tutto vero. Ma non abbastanza. La novità è partire da un’immagine simbolica della realtà e attuarla concretamente, senza un vero passaggio intermedio, che è il passaggio umano; per intenderci, il prendere in mano i mattoncini Lego e incastrarli uno a uno.

Il pensiero prende concretezza attraverso l’uso dei materiali che devono mettere in pratica l’idea. Costruire lascia il posto a uno strumento magico che da un disegno, dai movimenti di un mouse su uno schermo di computer porta alla creazione di un oggetto materiale. Jung nel 1948 scrisse un saggio molto importante intitolato Psicologia e Alchimia, dove spiegava che tra le ambizioni degli alchimisti e l’inconscio c’era un forte legame. Passare dall’idea alla materia, generarla partendo da qualcosa di immateriale era rendere concreto l’inconscio. Un processo mistico, insomma. Quello che penso avrò, quello che immagino avverrà: non è solo una nuova rivoluzione industriale, è una nuova rivoluzione mentale.