Continuo a pensare che la frana culturale che ci è arrivata addosso da un decennio sia responsabilità degli intellettuali. E continuo a pensare che abbiamo privilegiato in un modo eccessivo la rapidità e la brillantezza intellettuale al posto della molteplicità. Viviamo insomma in un mondo culturale che sembra complesso, che vuole apparire complesso, ma è lineare come una timeline di un social network, si lascia attraversare dal tempo come un blog a scorrimento verticale. E dove il multitasking, parola di cui abusiamo spesso per dire che siamo connessi su diverse applicazioni e siamo capaci di gestirle contemporaneamente, non è una vera multidisciplinarietà, ma al contrario un impoverimento concettuale imperdonabile.

Cosa è accaduto? Per prima cosa abbiamo specializzato i saperi. I critici d’arte leggono l’arte, i critici letterari leggono i romanzi, i romanzieri scrivono racconti, i poeti scrivono versi. I musicisti compongono e i critici musicali parlano della musica che ascoltano. E non solo, ci sono poi quelli che leggono solo l’arte del Rinascimento, e quelli che sanno tutto di arte del Novecento, esperti dello stilnovismo, e menti predisposte a capire soltanto la musica barocca. Abbiamo specializzato il pensiero, credendo che la strada giusta fosse questa. E poi, ma solo in un secondo tempo, abbiamo creato i tuttologi. Di solito giornalisti che hanno riempito un vuoto. Capaci di spaziare su argomenti diversi ma senza saperne bene anche uno soltanto. Nella palude della tuttologia abbiamo fatto finire un po’ tutti. I politici se citano poesia, i poeti se parlano di guerre civili nel mondo, gli scrittori se raccontano la pittura. Da noi in Italia è così da molto tempo. All’estero non è così. Gli intellettuali non hanno paura di essere tuttologi, hanno semmai il timore di non dire delle cose interessanti, di non far valere un punto di vista particolare, prezioso e intelligente. Preoccupazioni legittime, che spesso portano a risultati eccellenti.

Jonathan Littell è uno scrittore nato a New York, ma di lingua francese, diventato famoso nel mondo per aver scritto nel 2006 un romanzo molto lungo e importante intitolato Le Benevole: la storia di un ufficiale delle SS. Era un libro bellissimo. Poi negli anni ha continuato a scrivere libri, ma non solo romanzi. Ha pubblicato un saggio sulla Siria. Ha pubblicato nel 2011 da Gallimard questo saggio intitolato: Trittico. Tre Studi su Francis Bacon, che Einaudi ha appena tradotto (pp.143, 23 euro).

Mi entusiasma il modo di raccontare di Littell, perché è quello che vorrei fare io. Ovvero un continuo sconfinamento in competenze diverse, un continuo ondeggiare in una sorta di molteplicità vertiginosa. Una volontà intellettuale di rileggere la realtà non con la lente della rapidità e della spettacolarizzaione, ma con un grandangolo formidabile, capace di incidere le immagini fotografate in un modo nuovo, di cambiare gli equilibri delle cose, la prospettiva dei soggetti inquadrati.

Gli scrittori sono dei fotografi del pensiero e della mente. Gli unici capaci di cambiare ottica, e cambiando ottica gli unici in grado di mostrare punti di vista nuovi. Littell dà una lettura di Francis Bacon, della sua cifra grottesca, della sua disperazione, del tutto nuova e diversa da quella che conosciamo perché non lo fa come fosse un critico d’arte, uno studioso della pittura, ma lo fa da osservatore, da testimone del tempo.

Ne esce un saggio indefinibile, che è un po’ anche un romanzo, che attraversa i generi senza superificilità, adattando la sua scrittura alla pittura di Bacon, e facendo delle due cose un capolavoro di unitarietà. In Italia oggi sarebbe molto difficile riuscire in un’impresa simile. Nessuno è più in grado di farlo. Nessuno può esibire una cultura così solida perché nessuno ha voglia di rischiare. È un altro dei nostri impoverimenti. Credo sia arrivato il momento di ricominciare a farlo. Ma i primi a crederci devono essere gli editori. I primi a convincere i loro autori a mettersi in gioco con lavori nuovi dovrebbero essere gli editor, i direttori editoriali. Peccato che da noi agli autori si chiedono sempre gli stessi libri.