La letteratura e la fotografia hanno legami strettissimi. Da sempre. L’immagine è un modo di raccontare del tutto particolare. Molti scrittori sono stati anche fotografi e hanno coltivato questa passione per una vita intera. E molti fotografi hanno l’esigenza di aggiungere testi alle loro fotografie che aggiungano senso, particolari e dettagli alle immagini.

Sebastião Salgado è tra questi. Salgado è forse il più importante fotrografo del mondo, brasiliano, settantenne, con una curiosità straordinaria, ha inventato la fotografia di reportage degli ultimi 50 anni. Ha documentato tutto quello che poteva. Ha girato i continenti, ha raccontato le privazioni, la miseria. Non hai mai ceduto alle tentazioni glamour. Non ha mai alterato una fotografia per andare incontro ai nuovi gusti fotografici. L’ultima sua mostra, Genesi, fa parte di un progetto mondiale per la salvaguardia del nostro pianeta. E per scattare le fotografie di Genesi, Sebastiao Salgado ha viaggiato per otto anni per i luoghi più aspri del pianeta. Passando dal caldo tropicale e desertico al freddo dei poli. Dalla jungla agli iceberg del Polo Nord. Non ha concesso nulla ai suoi ammiratori che non fosse il suo sguardo, e un bianco e nero autentico che non sa che farsene dell’artificio.

Ora, in questo libro edito da Contrasto e intitolato Dalla mia Terra alla Terra (pp.175, €19,90), Salgado si racconta. Parla delle sue avventure per il mondo, del suo Brasile, della sua passione per la fotografia, della sua famiglia, di sua moglie, dei figli, dell’handicap del suo secondo figlio che ha cambiato il suo modo di guardare e di sentire il mondo. Parla del suo impegno ecologista e della sua tecnica fotografica. Racconta del perché è passato al digitale, senza cambiare però il suo modo di lavorare.

Un libro molto semplice, fatto di appunti di una vita come fossero immagini in forma scritta, come se i testi di questo libro non fossero altro che altre sue fotografie scattate con le parole. Scrive Salgado: «La mia fotografia non è una forma di militanza, non è una professione. È la mia vita. Adoro la fotografia, adoro fotografare, tenere in mano la fotocamera, giocare con le inquadrature e con la luce. Per me la fotografia è tutto questo… è un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso».

Quella sua esigenza, quella vita consacrata alla fotografia oggi appare come qualcosa di miracoloso. Perché riesce a mantenere una linearità, una nitidezza che ormai è rara da trovare sia tra i fotografi che tra gli scrittori. Come se la complessità del mondo obbligasse un po’ tutti a rendere le cose sempre un po’ complesse. Raccontare non basta. Bisogna aggiungere al racconto qualcosa che interessi il lettore. E non basta solo fotografare. Servono scatti arricchiti di particolari, dettagli, mascherature che vadano incontro a un occhio bombardato da immagini. Siamo tutti drogati di letterarietà, e siamo tutti drogati di elaborazione fotografica. Basti solo pensare agli scatti fatti con i telefonini e a quei filtri orrendi che alterano i colori, i contrasti, le ombre, per dare effetti visivi accattivanti e piacevoli. È un po’ come aggiungere spezie di ogni tipo ai piatti che si mangiano, fino a coprire ogni sapore, fino a togliere gusto alle cose più semplici.

Salgado non ha mai ceduto a questa nevrosi, a questa eccitazione contemporanea che vuole che tutto sia portato all’estremo, come fosse una condanna. Bastano poche linee, una semplicità di scatto, e una motivazione semplice per creare un’immagine che valga la pena di essere ricordata. Ha ragione quando dice che la fotografia è la sua vita, che non la considera una professione. Lo si capisce anche da questo libro. Dove non c’è nulla di troppo, nessun autocompiacimento, ma un candore e un entusiasmo quasi discreti, timidi. Perché in fondo a pensarci bene è così. Nonostante i fotografi possano sembrare invadenti, quelli davvero bravi sono dei timidi. Gente come Sebastião Salgado, uno che scatta facendo sempre un passo indietro.