Stare chiuso dentro una stanza per leggere pagine e pagine di storie immaginarie, a volte in apparenza futili, doveva essere una grande preoccupazione per una società come quella a cavallo tra Settecento e Ottocento. I lettori di romanzi non erano raffinati filosofi che si  interrogavano su argomenti teologici o morali. E non erano neppure acuti filologi dediti alla lettura di versi poetici. I lettori di romanzi erano dei sociopatici, capaci di perdersi in storie inventate, che non volevano trasmettere insegnamenti o valori, ma cercavano di appassionare un pubblico, soprattutto di lettrici, incapace di separarsi da storie di adultere, di assassini, di tragedie e ingiustizie che affioravano dai bassifondi delle città,  e guerre mal combattute, e sentimenti non supportati da valori certi.

A cavallo tra il Settecento e l’Ottocento gli uomini colti non perdevano tempo dietro i romanzi di Richardson, non si facevano ammaliare da strambi signori chiamati scrittori che pubblicavano romanzi senza chiedersi se lo scrivere fosse utile oppure onesto. Così il rischio era quello di una dipendenza, di una fuga dalla realtà, di una perdita di tempo intollerabile. I grandi lettori, le grandi lettrici, gli appassionati di feuilleton, forse andavano curati. E distolti da una pratica maniacale che arrivava persino a minacciare la salute: perché allontanava dalle passeggiate all’aria aperta, dalla cura verso i mariti, le mogli e i figli, pregiudicava la vista, indeboliva il fisico fino a ingobbirlo. E distoglieva dalle cose vere. Per le donne poi era ancora più grave: niente più tessitura, niente più bucato, niente più angeli del focolare.

E se allora nessuno ha pensato a degli istituti che potessero correggere questa pratica perversa, era perché il romanzo in quel tempo era frequentato soprattutto dalle donne. Categoria esclusa da tutto: dalla politica, dagli studi, dalle accademie, ma capaci di scrivere, di abitare i romanzi, e di emanciparsi anche attraverso Jane Austen e George Sand, Charlotte Bronte ed Edith Wharton. Leggere non solo non poteva più essere una perdita di tempo, ma diventava uno strumento che ha contribuito a fare dell’Ottocento quello che ancora chiamiamo il secolo del progresso.

Facciamo un salto di quasi due secoli. Ieri ho visto un video su un campo di rieducazione cinese per guarire dalla dipendenza da internet. È sconvolgente. Non solo tutti quelli che vi sono internati non hanno alcuna possibilità di collegarsi alla rete ma sono sottoposti a esercizi fisici atti a temprarli, a rendere il loro carattere più solido, e ad allontanarsi dalla droga da monitor. Non riguarda solo i videogiochi, naturalmente, ma anche il web. I cinesi sono molto ruvidi, come si potrà immaginare, e gli istitutori hanno divise militari. Negli Stati Uniti e nel resto del mondo, esistono luoghi analoghi ma ci si entra liberamente, non ci sono divise, ma il preconcetto è quasi lo stesso. Il web ti dà una sensazione di straniamento, ti impedisce una vita sociale, è un’ossessione da cui è meglio liberarsi. Quando è compulsivo è giusto. Ma in tutti gli altri casi proprio no.

Ricorda quella vecchia storia per cui i lettori di romanzi erano degli emarginati sociali e di dubbia moralità. Mentre invece crescevano generazioni sempre più alfabetizzate e sempre più indipendenti.

È opinione comune che stare su Facebook significa rinunciare ai rapporti umani, quelli veri. Ma tutti quelli che lo scrivono vivono a New York, Milano, Parigi o Roma. Il web 2.0 apre confini e possibilità anche a ragazzi di piccoli paesi o delle periferie del mondo, dove l’occasione di dialogare con qualcuno non va oltre il bar della piazza centrale, dove gli anziani giocano solo a carte. I cinesi rieducano ruvidamente, noi inventiamo patologie e le applichiamo alle nuove tecnologie. È facile, semplicistico e anche pericoloso. Il web è libertà ma soprattutto possibilità e opportunità per tutti, anche se sono sempre le élites a essere più reazionarie, proprio come accadeva all’inizio dell’Ottocento.