Oggi giocavi al parco, Francesco. Ti avevo portato i tuoi animali: la tua giraffa, quella alta, il tuo leone, i tuoi tre ele­fanti: quello più grande e i due piccolini. Parlavi con loro e cambiavi voce man mano che mettevi in scena i personaggi e davi a loro un testo da recitare che stabilivi tu. Cominci a farlo sempre più spesso e spero che un giorno tu possa ritrovarti una passione per il teatro.

Ma prima di tornare a Eliot, Francesco, prima di leggere Prufrock (e poi The Waste Land) faccio una digressione, pro­prio sul teatro. Non ti racconterò nessun testo teatrale, in que­sto libro. Avevo pensato a Luigi Pirandello, a I giganti della montagna, però ci avrebbe portato molto lontano. Ma tanti anni fa (non tantissimi, però) ho conosciuto un signore che si chiamava, Ennio Dollfus. Si era in un dopo spettacolo in un bar in fondo a un quartiere periferico di Alessandria a sera tardi, forse notte iniziata. Ennio Dollfus era un uomo duro e asciutto; vantava origini alsaziane e una parentela lontana con il cancel­lerie austriaco che si oppose a Hitler. Ma aveva anche l’eloquio facile, a tratti fluviale, spesso cinico, disincantato e spiritoso. L’ho conosciuto Francesco, che addentava un panino piccante, con quel modo di mangiare sregolato e fuori orario che si vuole degli attori, dei saltimbanchi, forse dei domatori di fiere (ti porterò al circo, Francesco, ti porterò presto…). Ennio parlava di vecchie cose, faceva discorsi che sembravano venire da lontano, come sanno fare gli attori maturi: citando uomini co­muni e Shakespeare nello stesso modo, con la stessa dignità, mirando a un pastone eclettico, particolarissimo, vivo. Ennio era, da sempre, il direttore artistico di una compagnia di pro­vincia: I Pochi. Si chiamava così, un po’ ironicamente, ma non era una compagnia di dilettanti. Tutt’altro. Sapevo dei Pochi; in casa se ne parlava per una mia zia protagonista nello Zoo di vetro di Tennesse Williams. Dovevano essere gli anni Cinquanta in un vivo dopoguerra  che abbracciava anche una provincia del basso Piemonte che sembrava distante da ogni cosa. E in quei tempi di scuola per pochi, di scarsa cultura, di tanto avanspettacolo e di poca prosa, qualcuno era sceso dal centro dell’Europa (o almeno così mi piace pensare) verso una pianura densa di nebbia a portare il teatro, proprio come in Cent’anni di solitudine il colonnello Aureliano Buendia viene portato a conoscere il ghiaccio.

Doveva essere brutta Alessandria in quegli anni: piatta, larga, ormai senza bastioni, senza vie strette e tortuose, senza un fiume che ne attraversa il cuore; e senza misteri, leggende degne di questo nome. Proprio brutta e in declino, senza sfarzi e con le sirene ormai smorzate di quella grande industria che fu la Borsalino: che aveva cambiato la società cittadina in un ventennio e dato da lavorare alle donne, quando ancora le donne in fabbrica non lavoravano, portando così un po’ di ele­ganza in strade ancora contadine.

Cosa ci facesse un uomo di sangue alsaziano in quelle strade non mi è dato sapere. So che c’era, perché molti anni dopo l’ho conosciuto. Faceva teatro: quello senza odore di ora­torio e senza errori da parrocchia, e senza le cialtronate di certi teatranti d’avanguardia; lo faceva con un po’ di distacco e un pizzico di fatalismo. E gli alessandrini, loro malgrado, dovettero imparare a recitare Ionesco, Pirandello, Camus; e poi Brecht, e Cechov, e Goldoni, Anouilh e Artaud. Giochi delle parti, luci soffuse, pavimenti in legno che scricchiolavano alle prove, e costumi anche troppo rammendati. Molta gente è passata dalla scuola di Ennio Dollfus. Magari per caso, e per poco, senza avere il tempo di sperare in qualcosa di più: finire al Piccolo di Milano, o più lontano. Altri invece presto avrebbero pensato ad altro: a un lavoro più riconosciuto, quello che permette di cenare all’ora giusta, di andare a letto all’ora di tutti gli altri; quello che non rischia di diventare un ossessione, che non tira le vesti ai fantasmi dei grandi e che non convive con l’ambi­guità dei testi. Altri ancora passavano: come si attraversa un palcoscenico, facendo appena in tempo a sentire il rumore dei tacchi che rimbombano nella sala vuota.  Ma ripensandoci mi accorgo che Ennio Dollfus ha scritto la storia trasversale, si dice così Francesco, la storia apparentemente minore di una città. Una storia che mi inquieta: perché irrisolta, troppo prosaica, pratica, in fondo vuota. È una musica di idee che sfuma come un vecchio disco che sta per terminare; senza neppure l’orrore del nulla, e quelle brutture di un borgo che ti costringe a fug­gire. A fuggire via perché è deserto, sabbia da cui non nasce nulla. Attento Francesco, non è solo una divagazione, c’è di più: più avanti capirai meglio perché ti sto raccontando questa sto­ria stralunata di provincia. Una provincia che non è neppure un luogo distante, una Samarcanda rovesciata, in negativo, lontana da tutto, che va raggiunta con cavalli ben sellati, buone provviste e la fortuna di strade praticabili, senza predoni fe­roci e corrotti. Ci sono luoghi Francesco, e Alessandria, città dove sono nato la è, che assomigliano alla tela di un ragno, a un involucro appiccicoso, protetto. Da Alessandria non è facile scappare, perché è una terra di mezzo, poco distante da altri luoghi e molto distante da altre idee: illuminista, ma nono­stante questo incapace di compiacersi della propria limpida ragione, come sanno fare i lombardi e un tempo i francesi; brutta ma senza le orribili speculazioni edilizie di altre città; sonnolenta ma senza esser dormitorio, come certi sobborghi delle grandi città. E poi colta: ma in minore, e in sordina. Poco sorridente ma neppure triste: di quella fiera tristezza di molte facce del sud. Anche la melanconia è poca cosa dalle mie parti: sentimento decadente, spleen per disperati e per chi ha un debito coi ricordi, merce per sfaccendati.

Se una mattina d'estateMerce per sfaccendati dovevano esser anche questi Pochi: gente che non sceglieva neppure il grande teatro, il grande te­sto, l’autore immortale. Con Ennio non si recitava Shakespeare. No, troppo grande, troppo imponente, troppi atti e anche troppa tragedia. Lui prediligeva le tinte neutre, i pastelli: Pisarro, Degas non Delacroix. E d’altronde per quelle strade ri­maste uguali negli anni, se non per i binari del tram che oggi non ci sono più, affiorano suggerimenti meno espliciti, più ambigui e sottili. Ma deve esser stata una fatica non rasse­gnarsi a rimanere terra di mezzo, una fatica spingere sull’acce­leratore delle passioni a tutti i costi. Perché Alessandria è una città di una saggezza che non lascia spazi, soffocante e un po’ noiosa come un libro di educazione civica. E nello sfogliare quelle pagine soffocanti si rimane colpiti da quell’inchiostro grigio, tenue come quello di una plaquette mal stampata. E poi dalla misura: quella misura da cui non nascerà mai un Baudelaire, un Radiguet, un Wilde, un Hemingway. L’alsaziano Dollfus doveva intuire che la scommessa era grande, che non si trattava di risvegliare le anime come un buon pastore della teatralità ma semmai di scardinare quei buoni recinti, quello scenario ordinato e lucido, e quell’odore asettico di clinica che doveva serpeggiare in città quando si alzava il vento.

Credo ci sia riuscito, Francesco, e ho imparato ad amare il teatro, grazie anche a lui; alla sua discrezione nel non voler imporre le passioni, nel non farne un vangelo per tutti. Molti altri sono rimasti indifferenti e non c’è niente di male nell’i­gnorare il teatro, le sue magie, quelle scene che sembrano vere. Si vive ugualmente, e anche abbastanza bene, senza tea­tro. Ma, sappilo Francesco, io sono cresciuto meglio: perché mi è stato insegnato a spiare i palcoscenici illuminati, quasi di na­scosto, durante le prove; ascoltando gli attori provare, esitanti, e sottovoce. Amo il teatro, come la musica e la letteratura: e anche per questo sono qui a scriverti queste pagine. Perché tu capisca, qualunque cosa tu voglia fare nella vita, che la di­mensione del sogno, quella del racconto, del fantastico, non te le regalerà nessuno e la tua ricchezza sarà quella di non riu­scire a farne a meno. Più nel mondo ti diranno che tutte queste cose sono superflue più dovrai impegnarti a considerarle parte della tua vita.

da: Se una mattina d’estate un bambino. Lettera a mio figlio sull’amore per i libri, Frassinelli, 1994.

Il sogno di scrivere Cotroneo