Chiunque diriga giornali oggi cammina sull’orlo di un vulcano. È prigioniero di uno stallo che non consente di immergersi completamente nell’informazione del web, e allo stesso tempo non consente di tenere i giornali cartacei nella stessa condizione da decenni.

È in gioco una rivoluzione culturale che coglie tutti impreparati. Tutto quello che produciamo, e dunque anche i prodotti culturali, sono figli di una tecnologia. Il libro esiste perché qualcuno ha inventato i caratteri mobili. L’esigenza di rendere diffusa la lettura, di non confinarla ai codici miniati custoditi nei monasteri ha portato a un prodotto accessibile come il libro.

I giornali sono figli delle rotative, della capacità di stampare ad alte tirature. La chimica delle pellicole fotografiche ha prodotto una rivoluzione culturale che ha messo in discussione per sempre la pittura figurativa. Il web ha permesso un giornalismo immediato capace di arrivare ovunque. Non c’era un’esigenza di cambiare il modo di fare i giornali, c’era l’opportunità di sfruttare un mezzo che esisteva, e permetteva cose un tempo impensabili.

Ma l’aspetto per niente semplice viene dal mescolarsi dei linguaggi. Un tempo esistevano i quotidiani e i settimanali, poi la televisione. Erano letture diverse del mondo. La televisione informava in modo rapido e immediato. Il quotidiano selezionava ogni giorno le notizie più importanti. Il settimanale approfondiva alcuni temi dando una lettura più attenta e meditata. Ogni volta che cambiavi mezzo per informarti facevi uno switch mentale. E restavi dentro una coerenza informativa. Oggi esiste tutto sulla stessa piattaforma. Solo che si tratta di linguaggi con grammatiche completamente differenti. I servizi video hanno le strutture narrative dei film e dei documentari. Mentre l’informazione più approfondita utilizza stilemi e strutture narrative della letteratura. Poi il web ha aggiunto il micro giornalismo. Fatto di frasi brevissime, che richiamano le agenzie, ma rispetto alle agenzie si lasciano influenzare dalla scrittura aforistica. Pochi sanno che nei programmi di attualità giornalistica conta di più il modo di illuminare gli ospiti, o la disposizione delle poltrone in studio, che la qualità delle notizie. Altri ignorano che le dissolvenze, o il tenere una telecamera a mano danno un effetto di senso più importante del racconto delle notizie.

Oggi è più difficile capire come diffidare dell’informazione. Perché il punto non è solo quello della verità delle notizie, ma di come diffidare dell’estetica delle notizie. Perché i linguaggi sono sempre più orientati verso quella che il semiologo Julien Alejandr Greimas chiamava la semiotica delle passioni. Ovvero un informazione emozionale, che sfrutta sempre di più gli strumenti dell’arte. Lo sanno i nuovi fotoreporter, lo sanno i nuovi giornalisti, che usino una videocamera, o che scrivano sul loro blog, o su un giornale cartaceo. Il melting pot stilistico ha generato una nebulosa ambigua.

Dal 2008 esiste in Francia una rivista molto innovativa, diretta da Laurente Beccaria e Patrick de Saint-Exupery: “XXI”. Grande formato, firme illustri, reportage e articoli lunghissimi, anche di trenta pagine. La chiamano Mook: una somma di magazine e book. Viene venduto solo nelle librerie. Sulla carta sembrava un progetto fallimentare, in un’epoca di multimedialità, rapidità e web. Invece è un successo editoriale incredibile. Il primo numero vendette subito qualcosa come 41 mila copie.

Perché? Perché non è multimediale o interattiva, parole magiche e vuote di una nuova retorica della modernità. Perché non mescola linguaggi e rapidità, ma vero approfondimento e univocità nel genere del racconto. È quella che chiamano: narrative writing. Il web ha illuso che la contaminazione dei linguaggi fosse ricchezza. Vale per l’arte, ambigua per necessità. Non vale per l’informazione che dell’ambiguità non sa che farsene.

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Il sogno di scrivere Cotroneo