Da sempre gli animali preistorici nascosti negli abissi degli oceani sono un immaginario irresistibile. Esistono migliaia di libri, romanzi di fantasia, ma anche saggi con la pretesa di attendibilità, che raccontano di calamari lunghi 40 metri, o squali giganteschi capaci di mangiarsi una nave intera e farla naufragare. Gli abissi marini sono l’ultimo mistero impenetrabile che ci è rimasto, l’unico luogo dove nascondere i nostri fantasmi e la nostra origine.

Spesso il web è paragonato a un mare vero e proprio, e quando vogliamo informarci su internet usiamo il verbo: navigare. Ma nessuno si è mai chiesto se sia possibile naufragare nel web, se quel navigare è sempre e solo un viaggiare a filo d’acqua, passando da un argomento a un altro, e da un sapere a un altro, o se invece ci sia il rischio di trovare una tempesta, un vento fortissimo che porta tutta la nostra ricerca a inabissarsi, e scomparire su un fondale inaccessibile.

Non è un gioco, non è una metafora, è qualcosa di molto più serio. Il naufragio è stato per millenni l’immaginario terribile e allo stesso tempo purificatore dell’umanità. Finire in fondo al mare, non raggiungendo la metà, era un responso divino. Giona, nella Bibbia deve abbandonare la barca, finendo in acqua, per salvare il suo equipaggio, perché non aveva mantenuto la promessa e aveva fatto infuriare Dio. La sua inaffidibilità aveva portato a una tempesta terribile, e la tempesta è una punizione divina. La Tempesta è l’ultima opera di Shakespeare, forse la più vertiginosa: anche lì il mare cancella e altera i destini.

Gesù camminò sulle acque, e quasi tutte le religioni, da quella induista a quella buddista, hanno divinità capaci di sfidare l’acqua. Quando parliamo di coscienza usiamo l’abisso come metafora del profondo, come personificazione dell’oblio. E anche la psicoanalisi paragona l’inconscio, il rimosso, a qualcosa di molto simile al fondale irraggiungibile di un oceano.

Hanna Arendt, nel suo saggio dedicato al grande filosofo Walter Benjamin paragona il tempo e il passato all’ossessione di un pescatore di perle: «il mondo vivente cede alla rovina dei tempi, ma il processo di decomposizione è anche processo di cristallizzazione. Nella protezione del mare nascono nuove formazioni cristalline che, rese invulnerabili dagli elementi, aspettano solo il pescatore di perle che le riporti alla luce».

Da sempre gli uomini sono stati pescatori di perle: hanno scavato nei deserti, hanno cercato antiche città sotto quelle costruite più di recente, hanno temuto il naufragio come maledizione divina; per l’ansia di sapere e capire si sono affidati al destino del mare. Le profondità del tempo hanno conservato arte, verità e sapere, il mare ha cristallizzato la memoria aspettando che qualcuno potesse riportarla alla luce. Solo a Gesù fu concesso di camminare sulle acque, solo lui poteva sfidare gli abissi, perché era oltre il tempo, perché era l’eterno.

Ma il mare del web è un mare senza perle e senza coralli, dove è impossibile naufragare. I fondali non restituiscono quello che un tempo era in un modo nuovo, ma sono soltanto nuovi territori, terre inesplorate su cui tutti possono camminare. Shakespeare scriveva nella Tempesta: «Tutto ciò che di lui deve perire, subisce una metamorfosi marina, in qualche cosa di ricco e strano». Ma niente muta oggi in qualcosa di ricco e di strano. Niente è nascosto e tutto è visibile. Il sapere si è fatto orizzontale, non riemerge dall’oblio in una forma nuova. Tutto si fa immutabile e facile, accessibile e visibile. Il verbo cercare e il verbo trovare sono diventati perfetti sinonimi. Merito dell’algoritmo di Google che ci permette di avere risposte immediate nei motori di ricerca.

Ho cercato le parole “Pescatore di perle” su Google. Ho avuto la risposta, in 0,22 secondi. Ho trovato quel che cercavo senza immergermi in niente, senza temere un naufragio. Ho solo camminato sulle acque, come un profano in un mare senza abissi e senza fondali.