È esattamente quello che succede, e ormai da anni. La campagna CoglioneNo è un po’ lunga come minutaggio dei video, ma sono belli questi spot sul lavoro creativo che viene riconosciuto ma non pagato. Solo che vorrei essere, è un mio vizio, fuori dal coro. Il fatto che il lavoro creativo sia non riconosciuto, che non sia vero lavoro, che non debba essere considerato più tanto, l’idea che un idraulico debba essere pagato eccome, mentre uno sceneggiatore no, viene da tutta un’altra storia. Da un vizio quasi solo italiano, che non è solo un vizio di beceri approfittatori che vogliono che la gente lavori gratis per loro. Ma da molto di più: beceri e spocchiosi, furbi e maestrini ideologici.

È l’idea che la cultura e l’arte sono funzionali, l’idea che la creatività serve un’ideologia, un cammino politico, un’etica del mondo. E dunque che gli artisti devono essere organici a un progetto prima di essere professionisti. È un lungo equivoco. Chi commissiona lavori creativi di solito è qualcuno che il valore di quel tipo di lavoro lo conosce molto bene. Ma trova una scusa insostenibile: produrre arte in tutte le sue forme, mettere in gioco il talento è un affare che nulla ha a che vedere con la retribuzione, ma con la grande bellezza, se così possiamo dire, quella che deve andare in giro per il mondo. È la truffa di pensare che scrittori, registi, sceneggiatori , giornalisti, artisti e quant’altro lavorino davvero per la gloria. E non soltanto per la loro gloria, ma per la gloria di tutti. È una missione farlocca, quasi un dovere sociale, prima che un lavoro. Perché i lavori veri sono altri, non sono quelli intellettuali.

Oggi la situazione è paradossale, la maggior parte degli editori (eccetto i grandi) o non pagano i diritti oppure lo fanno con ritardi giganteschi, se non fanno pagare addirittura l’autore. La maggior parte dei lavori basati sulle idee non sono palpabili, sono doni, divertimenti, un’occasione per stare davanti allo specchio e rimirare la propria immagine. Vale per tutti, anche per i giovani giornalisti, pagati in qualche caso anche da giornali importanti e autorevoli 300 o 400 euro al mese per andare in giro a trovare notizie, attraversando città o metropoli per quindici ore al giorno. E spesso con quei pochi soldi non rientrano neanche delle spese di benzina. Ma tanto è divertimento, ma tanto ci metti la firma, il nome. Ma tanto puoi sbizzarrirti con tutti gli aggettivi che vuoi. E qualcuno poi ti dice: ti ho letto, ma che bravo…

Basta il nome, basta la faccia, basta il riconoscerti un valore che è un valore che devi mettere a disposizione, perché è un privilegio non usare bicipiti e tricipiti per guadagnarsi da vivere. Perché se fai l’operaio fatichi, se fai il professionista devi aver studiato (magari male), ma se fai il creativo, che è un creativo? Nulla, come diceva qualcuno: «sempre meglio che lavorare». Ma non sono soltanto gli avidi padroni delle ferriere a stabilire questo. Sono quelli che apprezzano la cultura, l’arte e la creatività e hanno tutta l’intenzione di guadagnarci sopra, spiegandoti che lasciar esprimere il tuo talento è già abbastanza, e non serve altro. Il precariato è ovunque, la fila dei non pagati e sottopagati riguarda tutti i mestieri. Ma quelli intellettuali hanno oltre il danno la beffa. L’idea romantica che meno guadagni più ce la farai, più soffri per arrivare più la tua interiorità, le tue idee, saranno vincenti, più aspetti e più sarai ricompensato in un regno dei cieli dove conta il talento, naturalmente a gratis, e il sacrificio: la fame, la frustrazione sono un prologo necessario alla realizzazione finale. In un regno dei cieli narciso e ingenuo dove gli ultimissimi saranno i primi naturalmente.

Perché è facile dire che non va bene l’articolo che hai scritto, il libro che vuoi pubblicare, il film che vorresti girare. C’è sempre una buona motivazione, c’è sempre un giudizio falsato e non motivato che ti rimette in riga. Con le solite frasette. Sai quanto ci ha messo quel premio Oscar a girare il primo film? Dieci anni di stenti. Sai quel premio Nobel per la letteratura quanto ha penato per pubblicare il suo romanzo di esordio? Quaranta editori glielo hanno rifiutato. Sai quell’artista che oggi espone in tutto il mondo quanto ha sofferto per vendere il primo quadro? Mangiava alla mensa dei poveri. Sono anche storie vere, ma di mondi dove il business culturale e dell’intrattenimento si fondava su mecenati e produttori appassionati, e capaci di rovinarsi quando credevano in qualcosa. Oggi quegli stessi che non pagano il lavoro creativo sanno che la gente torna la sera e scarica ebook, legge giornali gratis online informandosi attraverso la fatica di gente che guadagna niente. E nessuno rinuncerebbe a un film o a uno spettacolo, o a una mostra, che gli rende piacevole la vita e che è linfa irrinunciabile per una vita piena e soddisfacente.

L’industria della cultura e dell’intrattenimento è oggi un affare gigantesco ma il direttore degli Uffizi, il più importante museo del mondo, guadagna quanto un infermiere professionale a inizio carriera. E vanno smascherati proprio i coglioni che si approfittano di questa vergogna. E una volta per tutte.

Ecco uno dei video della campagna pubblicitaria:
http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/la-campagna-coglioneno-per-tutelare-i-creativi-l-antennista/152517/151024

Il sogno di scrivere Cotroneo