Quando è accaduto che il tempo della narrativa ha dimenticato il tempo dello sguardo? Forse alla fine dell’Ottocento, quando il romanzo ha rinunciato a raccontare con gli sguardi, quando il romanzo ha rinunciato a vedere e ha creduto di poter soltanto pensare. Guardare e sentire sono due verbi ignorati da una cultura letteraria che non sa più essere dentro le cose: ma sa descriverle e teorizzarle. E che ha fatto a meno delle descrizioni pensando che la visività fosse in qualche modo appannaggio di altre nuove arti – la fotografia prima e poi il cinema – e che il sentire fosse indescrivibile, e non raccontabile se non attraverso metafore e sottigliezze inafferrabili. Così il sentire e il guardare sono diventati modi di raccontare di culture letterarie di paesi più giovani, meno influenzati dalla scrittura occidentale. Così il sentire e il vedere le cose è diventata una pratica dimenticata a vantaggio di un uso invasivo e totale del linguaggio, e soprattutto dell’ideologia del linguaggio.

Per almeno metà del romanzo di Michele Serra, Gli sdraiati (Feltrinelli, pp.108, 12 euro), ho avuto un sentimento di irritazione, di fastidio e con molto dispiacere. Stimo Michele Serra, lo seguo, e lo ritengo un uomo di grande talento e intelligenza. Ma in questo libro mi infastidiva quel continuo giudizio sul mondo, quella superiorità morale e storica del protagonista nei confronti delle generazioni più giovani: naturalmente monosillabiliche e vuote della capacità di aderire alle tradizioni, ai valori, in una parola alla storia.

Il figlio diciottenne del narratore appariva completamente incapace di essere nel mondo. Incapace di comunicare, incapace, ancora, di condividere valori, storie collettive. Un giudizio sprezzante, ironico e sarcastico mi sembrava invadesse il libro con un peso che annullava tutto, appiattiva ogni volontà di comprensione, ogni pietà umana. Da un lato un uomo, un «borghese di sinistra», capace di interpretare valori, giustizia e storia. Dall’altro un felposo giovanotto, un po’ rapper un po’ egoista, che non ascolta nessuno, che dorme fino al pomeriggio inoltrato, che non sa cogliere il bello della vita, come la vendemmia sulle Langhe, come l’agognata gita al Colle della Nasca, 2700 metri di altezza in un panorama meraviglioso. Un borghese di sinistra che giudica e si lamenta di non essere ascoltato, di non ricevere nulla in termini di affetto, che dà quello che vuole e non sa cosa poter ricevere.

Non potevo credere che Michele Serra chiudesse una faccenda così complessa in un modo così didascalico, perché il sarcasmo è il modo più facile per giudicare, soprattutto in letteratura. Poi ho capito. Poi nella seconda parte qualche luce si è accesa. Un filo sottile, che prende consistenza e che mostra un narratore che predne coscienza di una cosa: non è detto che i valori condivisi debbano essere di una generazione che li impone a un’altra, non è detto che una cultura consolidata debba essere l’unica possibile. Di qua le nostre generazioni, di là una generazione che non sa e che non vede, che non vuole capire e che fa dell’indifferenza un metro dell’esistenza.

È un libro disperato Gli sdraiati: non è solo un atto di accusa contro le nuove generazioni, ma la certificazione di un fallimento, l’autocritica feroce al politicamente corretto, alla Storia con la S maiuscola. E quel finale sul Colle della Nasca, quando il figlio del narratore lo anticipa e cammina con più energia di lui, con quel grugnito silenzioso, con le sue scarpe sbagliate e inadatte alla montagna, con quei pantaloni con il cavallo troppo basso, con quel berretto da rapper e non da montanaro, eppure improvvisamente capace di sorridere alla bellezza di quella salita, è il coronamento di tutto. «So che sorridevi», dice il narratore guardandolo. Per una volta un padre impara a guardare il figlio senza chiedere, senza giudicarlo. Ma gioiendo della sua giovinezza, del suo futuro e della sua vita.

«Eri troppo lontano perché potessi vederti in faccia, ma so che sorridevi». Eri troppo lontano, appunto. Questo è un romanzo sulla lontananza, sull’incapacità di sentire della nostra generazione: tronfia e arrogante. Lo sdraiati forse, noi incapaci di sdraiarci, almeno una volta. Dimenticando che sdraiarsi è il modo migliore per vedere le stelle.

Il sogno di scrivere Cotroneo