Non siamo più abituati alla variabilità del tempo. All’idea che il cielo possa cambiare all’improvviso, come una piccola prova che ci riserva il destino. Cerchiamo stabilità nel tempo e fingiamo di essere variabili, duttili e sorprendenti nella vita di ogni giorno. È del tutto inutile. Il tempo che cambia è un modo dell’attesa, sono i colori che virano, i movimenti delle nuvole quando le nuvole sembrano parlarsi una con l’altra; il tempo che cambia è il vento quando si alza e vuole suggerirti le cose, e qualche volta sembra conosca le tue parole, e altre parla in una lingua straniera, la lingua lontana da cui proviene e da cui prende il nome.

Non siamo più abituati ai profumi che cambiano quando tutto prende a inumidirsi e quando il sole, intermittente, sembra lanciare segnali Morse a un mondo che non sa decifrarli. Non sappiamo accogliere la pioggia addosso senza correre per proteggerci dall’acqua, e non sappiamo guardarla, per capire se è perpendicolare come antichi dardi persiani o se è obliqua, come in certe storie che scrive Gabriel García Márquez. Se è incerta o decisa, se divide il cielo con il sole o invece scurisce le ombre e si colora di verde o di giallo.

Oggi il cielo sta cambiando, il tempo si fa diverso. E il vento parla una lingua che conosco bene.