Cerco nella memoria il primo libro Adelphi che ho letto. Dovevo avere tredici o quattordici anni, non lo comprai perché era nella biblioteca di casa: Il Cantico dei Cantici, nella traduzione di Guido Ceronetti. Una traduzione molto diversa dalle altre, poetica, e direi penetrante nella capacità di rendere quel testo qualcosa di unico e irripetibile. Con il tempo avrei capito quanto fosse innovativo il modo che aveva Ceronetti di tradurre. Ma allora capii soprattutto che in quella casa editrice con le copertine dai colori tenui, c’era molto dell’anima di un ragazzino come me, che cercava in tutte le cose unicità e irripetibilità, eccentricità e solidità.

Mi fidai di Ceronetti, e feci bene, e mi fidai di Adelphi. Da allora non ci fu libro pubblicato da Foà e Calasso che non mi sia passato per le mani. Come mi rendessi conto che la storia di quell’editore poteva coincidere in parte con la mia storia interiore, con il mio modo di pensare i libri, gli autori e l’editoria.

Adelphiana 1963-2013 (Adelphi, pp.864, 35 euro) è la storia di una casa editrice unica e preziosa. Potrei dire una delle case editrici più influenti e importanti del mondo. E per un paese marginalmente culturale come il nostro non è una cosa da poco. Nel leggere e vedere le foto di questo catalogo, suggestivo e coltissimo, non affiorano solo gli autori che conosciamo tutti, non c’è soltanto il talento e l’intuito letterario di Foà e di Calasso, ma qualcosa di più. C’è il silenzio. Proprio così: il silenzio. Un editore distante da mode, da ideologie, da strategie di marketing, dal chiasso della cultura pop di tutti gli altri. C’è la capacità di stare distante dal mondo proprio per rispetto del mondo. C’è la complessità.

Ricordo lo choc di leggere con estrema difficoltà il saggio di Claudio Rugafiori sul Monte Analogo di René Daumal. Perfetto e vertiginoso. C’è lo stupore dell’edizione di Colli e Montinari dell’opera completa di Nietzsche. E poi di quella di Benedetto Croce, e poi i saggi di Emanuele Severino e le opere di Savinio. E la neuroscienza di Damasio. Lampi in una notte editoriale dove i dorsi degli altri editori sono tutti colorati, ma i testi valgono sempre qualcosa perché spesso si adattano a mode. Anche a mode altissime, magari, ma pur sempre mode.

Adelphiana è una mia autobiografia, per certi versi. Vedere quei volumi per me significa riattraversarsi, ripensando alle diverse fasi della mia vita di lettore. Si dice spesso che Adelphi sia di moda. Non è vero. Adelphi genera mode. Gli altre le mode le inseguono alla meglio. Si dice che Adelphi sia autorevole, e Calasso un intellettuale distaccato. Forse sono vere entrambe le cose. Ma l’autorevolezza di Adelphi non ha mai cercato di insegnare niente a nessuno, non ha mai tracciato una strada. Non ha mai obbligato i lettori a riconoscersi in un progetto culturale che stava fuori dai libri che pubblicava. Usando gli autori come un tessuto connettivo ideologico utile ad altro. A qualcosa che andava oltre la scelta dei testi, dei titoli, degli argomenti.

Calasso dice che Adelphi è un editore di libri unici, collegati assieme: ed è vero. Ma dovrebbe aggiungere che Adelphi è un editore totalmente disorganico. Laddove gli altri erano organici a qualcosa. Non è difficile intuire che il merito di questa casa editrice, che si celebra giustamente con questo bellissimo volume, sia stato anche quello di non cadere nei vizi ideologici di questo paese. Di essere capace di non curarsi delle accuse che in questi anni le sono piovute addosso. La prima fra tutte quella di essere reazionaria, di distaccarsi dal mondo contemporaneo, di non assumersi un ruolo guida in quella che è stata alle volte il chiacchiericcio della cultura italiana.

Ma al di là delle cose che tutti già sappiamo – la riscoperta di Simenon, il successo di Kundera, il talento di di René Girard, la poesia di Walcott, tanto per citare i miei libri – c’è qualcosa che nello sfogliare questo testo spiega molto bene cosa sia e sia stato Adelphi. I libri che ha pubblicato negli anni Settanta. Quando tutti gli altri editori, ubriachi di ideologia e provincialismo stampavano brutta letteratura e saggi illeggibili, i testi adelphiani erano perfetti, isole dove salvarsi, luoghi protetti da scelte lontanissime da tutto quel chiasso cupo, da quel clamore anche violento. E un libro Adelphi, anche se non lo hai letto quando è uscito e lo tieni nella tua biblioteca, sai che c’è sempre una possibilità di riprenderlo e cominciare a leggerlo.