L’intimità si sta perdendo. Non ci sono più luoghi inaccessibili, non ci sono più spazi non consentiti. Si aprono le proprie stanze allo sguardo degli sconosciuti, si mostrano i propri oggetti a chiunque, senza selezionare, senza chiedersi chi potrà vedere le immagini. Si condivide con tutti quello che facciamo e non quello che siamo. Abbiamo trasformato l’intimità in visione, abbiamo allontanato lo sguardo degli altri poggiandolo altrove. Da un po’ di tempo osservo l’evoluzione di Instagram, un’applicazione dove si scattano fortografie del proprio quotidiano e si pubblicano per tutti, perché Instagram è impostato per essere pubblico, per essere visto da chiunque. Quello che doveva essere un modo per trasformarci in reporter, scattando fotografie della realtà, ha avuto in poco tempo un’involuzione strana. Nessuno più ritrae quello che vede, ma mostra se stesso, le immagini dei propri spazi, delle persone care, degli oggetti che gli appartengono. È un autoscatto che certifica frammenti di vita generalmente inadatti a essere condivisi.

Una procedura cruda, imbarazzante, mascherata da filtri che darebbero alle fotografie una parvenza artistica. Ma che non nascondono la realtà delle cose. Ovvero che sono tutti disposti a far entrare gli altri nella propria intimità, e a tenerli allo stesso tempo a debita distanza. Sfogliando i profili di Instagram noto un continuo mostrare mondi e storie personali, ma soprattutto autoscatti ed emozioni. Ci si ritrae, e poi si mettono i filtri. I filtri hanno nomi curiosi: amaro, mayfair, hudson, valencia, sutro, earlybird. Sono effetti che riprendono pellicole analogiche con caratterische particolari. Sono feticci della vecchia fotografia che usava colori chimici, che alterava in modo artistico. Oggi si usano per fingere l’impossibile, per nascondere l’immagine per come è, ovvero per nascondere le vite per come sono. I filtri spostano l’attenzione, tolgono nettezza e verità alla fotografia così come è, proiettandola in una dimensione altra, in una dimensione artistica che però artistica non è. È solo un tic estetico, se così possiamo dire.

Cosa ne stiamo facendo della nostra intimità? Dove la stiamo portando? È ancora difficile capirlo. Ma è chiaro che questo esporsi è un modo per combattere l’angoscia dell’assenza, è un modo per colorare con tinte acide un quotidiano immobile che fissiamo di continuo, come un discorso che non arriva da nessuna parte.

Qualcuno ha detto: io sono la somma dei miei tweet. Potrebbe essere vero, ma con Instagram si potrebbe aggiungere: io sono la somma dei miei momenti che non riesco a trattenere. Il mondo dove vivo, gli oggetti che mi circondano, i muri della mia casa, le finestre sui miei cortili ora sono di tutti, perché niente di ciò che mi circonda è più mio. Così l’intimità diventa una forma capovolta di distanza, l’intimità è estraneità, un pensiero che torna a se stesso senza guardare oltre. Non è un caso che si scattino solo foto del proprio volto. Non è un caso che l’obbiettivo più usato sugli smartphone sia quello frontale: lo schermo del proprio cellulare si fa specchio, e non finestra sul mondo.

Allora questa intimità rovesciata è come una casa dove i vetri delle finestre sono soltanto specchi. Dove guardare fuori è impossibile perché siamo capaci di vedere soltanto noi stessi, pensando che sia quello il nostro panorama, il nostro vero orizzonte. Un’applicazione come Instagram poteva diventare un nuovo modo per fotografare la realtà, e mostrare agli altri come noi sappiamo vederla. Non è andata così. Guardarsi è il nostro contrappasso. Mostrarsi al nulla, a gente che non conosci è un terribile paradosso. Perché le finestre specchiano la nostra vita ma dall’esterno restano vetri. Gli altri ci vedono, noi vediamo solo noi stessi, e il mondo è solo un luogo irraggiungibile dove non siamo più capaci di stare.