La nostra povertà contemporanea è prima di ogni cosa una povertà interiore. Un’incapacità di sopportare l’immaterialità, la nostra impossibilità di vedere il confine tra quello che siamo e quello che facciamo. Quel confine ci sembra sottile se lo vediamo da lontano, dall’alto, una linea che corre tra due territori distinti: il deserto del presente da un lato e un paesaggio di ricco di vita dall’altro. Ma quel confine sottile è in realtà una grande muraglia lunghissima dove non si sa chi difende e chi invece attacca. Ma soprattutto non si capisce cosa difendere. Visto che i due paesaggi e i due territori sono dentro ognuno di noi. La realtà della vita e la vita come sogno.

Siamo tormentati dal deserto, terrorizzati dal suo avanzare. Da questa sabbia fatta di concretezze, di socialità, di progetti, di obbiettivi che tutto invade e tutto brucia. Dall’altra parte il mondo dell’interiorità, il mondo del ricordo, del passato, dei desideri, del tempo che presiede al sedimentarsi delle cose, resta un territorio quasi impraticabile, che celiamo per pudore, che non sembra ancorato a nulla, che temiamo si faccia deserto.

Dario Franceschini lo conoscono tutti. È un ministro della Repubblica, e un esponente politico di primo piano del Partito Democratico. È frequente trovarlo, e sentirlo parlare in talk show politici. Ha un linguaggio comprensibile e didascalico come è giusto sia per una persona che deve farsi capire con nettezza e chiarezza. Ma non tutti sanno che c’è un Franceschini scrittore. E non scrittore perché la letteratura dà lustro, come un bell’orologio da indossare in una occasione importante. Ma un uomo che con la letteratura ha un rapporto continuo e contraddittorio. Una passione autentica dove la scrittura, l’ambiguità, il sogno, il territorio dell’interiorità ha un ruolo forte. Mestieri immateriali di Sebastiano Delgado (Bompiani, pp.87, euro 9) è un piccolo libro tutto sospeso su un filo dell’utopia. Sull’idea che quel deserto che invade tutto, che quel mondo pubblico a cui siamo condannati può essere arginato e può essere difeso: come una Grande Muraglia affacciata sul deserto e sul sogno. Però è sorprendente che nella stessa persona ci sia un uomo bifronte, pronto a vigilare sul deserto come una sentinella del libro di Buzzati e allo stesso tempo un tessitori di fili letterari. Un linguaggio della vita e uno della letteratura. Un immaginario alle volte brutalmente realistico e uno che potrebbe assomigliare a una fuga verso una dimensione dove tutto è sospeso, dove il compiersi delle cose è un’opportunità casuale e neanche determinante.

Sebastiano Delgado è uno strano signore. È un imprenditore dell’anima. Inventa mestieri che nessuno immagina ma di cui si sente profondamente il bisogno. E mette a punto delle attività curiose: quelli che ti raccontano i tramonti e quelli che ti aiutano a scegliere un vestito o qualsiasi cosa d’altro in un negozio, quelli che ti tengono compagnia a pranzo e quelli che accettano di dormire con qualcuno che sente la mancanza di una persona nel letto (rigorosamente senza sesso, naturalmente); le sbadanti istruite per aiutare le persone anziane a coltivare desideri e bisogni immateriali e non solo a cucinare e a rifare i letti, gli ascensoristi che allievano l’ansia da spazio chiuso di chi deve salire, appunto, in ascensore.

Mestieri nuovi, bizzarri che Delgado, angelo dell’inattuale, pensa e mette a punto con una sorprendente concretezza. Ne esce un libro delicato e paradossale, un libro verticale dove sarebbe inutile cercare metafore, significati e non detti da ricondurre al Franceschini politico. Non c’è mai una tentazione didascalica in queste pagine. C’è invece, con ogni probabilità, la storia di un uomo nato tra le nebbie di Ferrara: città di scenografie e di equilibri, capace di essere sospesa come poche altre. C’è la stranezza di uno scrittore che fa il politico e che pubblicando libri come questo se ne resta lì, a presidiare se stesso, tra il deserto dell’oggi e la sensatezza dell’impossibile, su quel confine incerto dove non c’è nulla da difendere e nulla da conquistare. E dove solo lo sguardo della letteratura può rendere più tollerabile la materia del mondo.