Tutti hanno un problema con la verità. Viviamo di continuo nell’idea di trovare verità. E la verità sembra qualcosa di semplice. Qualcosa di facile. Qualcosa che c’è, e quando non c’è vuol dire che siamo di fronte a un errore.
Collezioniamo cartografie dell’anima dove la verità sta al centro, come una luce che vuole illuminare tutto. Parliamo di persone vere, di cose vere, e spesso mettiamo assieme autenticità e verità. Ci arrabbiamo quando non otteniamo verità, litighiamo quando vogliamo verità dalle persone che ci stanno intorno. E rimaniamo fermi lì, come un’isola circondata da un mare, che è un mare vero, un mare che ha un nome, ma oltre a un nome ha un colore che cambia con il tempo, si muove attraverso onde che mutano come fossero il frutto di un’equazione vertiginosa.
Il mare sale e scende obbedendo alla luna e al mistero delle maree; e cambia suono: alle volte è una musica, altre è un rombo minaccioso.
La notte si fa nera, e nei giorni d’estate si colora come certi sassolini che troviamo sulle spiagge, quelli più trasparenti.
Non c’è una verità in quel mare come non c’è un’idea univoca del mondo in ognuno di noi. Abbiamo a che fare con il tempo, e il tempo cambia le cose, senza migliorarle o peggiorarle, senza renderle più autentiche o più ambigue, più vere o più false. Il tempo non vuole verità e non pretende autenticità, il tempo è un film che si proietta all’infinito e ci è concesso di vederlo solo a sprazzi.
Rassegniamoci a verità che si consumano fino a diventare sabbia, fino ad allontanarsi da noi, a rendersi irriconoscibili. Il fascino dei deserti viene da questo: sono luoghi dove il tempo non modifica quasi nulla, dove il tempo si dilata assieme agli spazi. E ci lascia liberi di esistere.