Per molti giorni dopo la morte di Nelson Mandela sull’home page del sito Apple c’era una semplice foto in bianco e nero del leader sudafricano, con il suo nome e la data di nascita e di morte: 1918-2013. Cosa significa? E perché il sito di una delle over the top più potenti del mondo, con un fatturato annuo di 140 miliardi di dollari e un utile netto di 28 miliardi, ritiene importante mostrare il viso di Mandela e non l’ultimo modello di iPad da vendere?

Intanto diciamo che le due cose vanno assieme. Prima Mandela, poi l’iPad air, o l’ultimo modello di iPhone. Il visitatore del sito si ferma sul ricordo di un grande uomo e poi si occupa dei suoi aquisti, clicca sui nuovi prodotti, si informa delle novità. Era già accaduto. Anche a Steve Jobs venne dedicata l’home page subito dopo la sua morte. Ma lui era il fondatore dell’azienda, e dunque c’era una logica. Che rapporto c’è tra la storia di Mandela e la storia di Apple?

La risposta più semplice non basta. Nel senso che è giusto rendere omaggio a un grande uomo. Ma apple.com non è un sito di informazione, ma un sito commerciale. E Apple è un’azienda che non produce contenuti informativi, ma smartphone, tablet e computer. Solo che dentro questi smartphone i contenuti ci sono eccome. E sono appunto contenuti informativi. Non solo perché attraverso i prodotti di Apple si veicolano giornali, video, informazioni, post sui social network e quant’altro. Ma perché proprio l’architettura dei prodotti dell’azienda di Cupertino è pensata in una maniera ideologica e politica, per certi versi. C’è più politica in un sistema operativo che in un discorso di Obama o della Merkel. Perché i sistemi operativi e i software sono percorsi, sono strade per ottenere risultati, risolvere problemi, aprire possibilità. E i cammini, come diceva qualcuno, contano più degli arrivi.

Chi ha ancora un ricordo dei primi personal computer e li ha utilizzati, e sono tra questi,  sa che la rivoluzione del sistema operativo di Apple da un lato sembrava rendere tutto più semplice. La simulazione della scrivania, l’invenzione del mouse, l’ambiente di lavoro toglievano di mezzo linguaggi informatici astrusi e anche brutti a vedersi. Lavorare con un Apple era più bello, certamente, ma era opinione di molti rendesse meno liberi. Perché non si poteva modificare nulla, perché era tutto deciso dai programmatori di Steve Jobs. Per cui il dibattito era se fosse meglio il sistema Microsoft, ruvido e complicato, ma aperto, o quello Apple, esteticamente bellissimo, ma chiuso. È una lunga storia. Per fare un esempio, i possessori di iPhone sanno che le applicazioni sono scaricabili soltanto dall’Apple Store, il negozio online dell’azienda. E se qualcuno volesse scaricare applicazioni non approvate dall’azienda madre, deve fare un jailbreak (che significa rompere le sbarre della prigione) alterando il sistema del telefono, e perdendo la garanzia.

Apple non permette di uscire dal dorato mondo di Apple, dal suo paradiso tutto bianco dove ogni oggetto è pensato attraverso il genio del design di Jonathan Ive, e con i paradigmi e le idee fondanti del compianto Steve Jobs. E ogni paradiso è un sistema utopico. E ogni sistema utopico è un sistema politico. Per questo ha bisogno di punti di riferimento filosofici e culturali. Per questo un sito commerciale ospita la fotografia di Mandela, rielaborata con un contrasto e una nitidezza accentuate dal programma Apple di fotografia Aperture. E con una grafica e una disposizione identica a quella che mostra l’ultimo prodotto di Apple. E se i sistemi operativi assomigliano sempre più a sistemi politici, il partito movimento di Apple vuole i suoi modelli di riferimento. Il fondatore Jobs, John Lennon, Nelson Mandela e tutti quelli compatibili con quel paradiso tutto bianco. Che poi le fabbriche cinesi dove si producono gli iPhone siano un po’ meno paradisiache fa parte degli inconvenienti della modernità. Se così possiamo dire.