Durante tutta la campagna delle primarie del Pd non è stato facile per nessun candidato dosare la propria presenza sul web e in particolar modo sui social network. Non è semplice perché la rete porta alla ridondanza in maniera quasi naturale: e porta alla ridondanza perché è un mezzo facile e ansiogeno. Postare su Facebook o su Twitter è infatti un’operazione che si fa quasi sempre in mobilità, in qualsiasi luogo ci si trovi. È un semplice gesto che segue un pensiero, un’idea, uno slogan.

Ma come è semplice trasformare idee, dettagli e racconti in un post, e facile anche dimenticare quanto si è postato o twittato nelle ore o giorni precedenti, quanto i concetti che si esprimono, messi uno in fila all’altro, assumono un significato del tutto stucchevole. Così l’ansia di colpire favorevolmente follower e seguaci con la bontà delle proprie idee e dei propri progetti porta alla fine a un effetto contrario: a una noia simile simile a quella che si può avere davanti a un disco rotto, o allo stesso video rivisto cento volte.

È accaduto leggendo i tweet di Renzi, Civati e Cuperlo, tre ottime persone, intelligenti e attente. E accade per tutti. Il web da un lato non ha memoria, perché consuma tutto annegandolo nel magma dei post, dei blog, del web 2.0. E dall’altro ha quella che potremmo definire una memoria fossile. Così un post ti piace ma non ti convince, perché non ricordi dove l’hai letto, perché sai già che è una ripetizione del già letto. È la sensazione del già detto, del già visto, del già saputo.

Non è colpa di nessuno. Dipende dal fatto che sul web non funzionano i discorsi normali, argomentati e razionali. Funzionano le battute: brevi, incisive, e sarcastiche. E proprio il sarcasmo è la figura retorica più efficace, quella su cui si poggia tutta l’architettura dei social.

Sui social il sarcasmo ha la stessa funzione dell’acqua del radiatore per raffreddare il motore delle auto. Proprio perché Twitter e Facebook sono dei mezzi caldi, retorici e soggetti a continue ripetizioni di concetti, proprio perché sono mezzi smemorati e veloci, c’è una sola possibilità per lasciarsi ricordare: raffreddare ogni cosa, spostare tutto quanto è empatico, romantico, avvolgente e persino travolgente in favore del sarcasmo. Una doccia fredda che blocca tutto, porta al distacco e strappa anche un debole sorriso ai lettori e frequentatori di social e di blog.

Per cui la gara è a chi è più arguto, cattivo, tagliente, formidabile nei giochi di parole. Vincono quelli che usano il coltellaccio, ma credono di maneggiarlo come fosse un bisturi. Il sarcasmo internettiano sta diventando la cifra di tutto: della letteratura più éngage, dell’informazione più cool, del nuovo populismo, del dibattito televisivo. Il sarcasmo internettiano, che spesso è scambiato per un approccio illuminista e al mondo, funziona ma toglie incanto alle cose. A furia di rovesciare il cannocchiale, a furia di predicare la distanza, e a furia di tenersi lontani dallo spettro della retorica e della ridondanza, ci si accorge che il cannocchiale rovesciato spesso mette a fuoco solo lande desertiche, e che il terrore della ridondanza ha portato alla certezza del vuoto.

Così sono tutti lì, politici e opinionisti, intellettuali e artisti, giornalisti e professori, costretti a muoversi nel vuoto del web come gli astronauti in orbita quando passeggiano nel buio dell’universo senza la forza di gravità. Eleganti nei movimenti, con una lentezza ammirevole, quasi poetica, lontani e sospesi, eppure inutilmente staccati da quello che conta. Pronti a ritornare nel mondo dove valgono quelle leggi della vita che del scarcasmo e del disincanto non sanno che farsene. Ma dell’incanto e di un po’ di ridondanza molto di più. Per scaldare i motori e sentirsi vivi.