Delle volte raccontare è un modo per cucire assieme vite che non si possono narrare. Perché le vite non funzionano come i romanzi, i romanzi non si interrompono, scorrono dalla prima all’ultima pagina con un flusso continuo, senza pause, con una coerenza ammirabile, e danno l’illusione che ci sia un ordine da qualche parte. Delle volte le storie sono pretesti, sono cuciture che tengono assieme l’indicibile, sono vestiti dove non conta il disegno, il modello, il taglio, ma conta quello che senti quando accarezzi le stoffe, quello che vedi quando riconosci i colori e sai che sono soltanto tuoi, sono madeleine proustiane che non si lasciano afferrare, perché si susseguono una sull’altra; ricordi incerti, sensazioni e sofferenze che non sai spiegare, che non sai se riuscirai a mettere assieme. Delle volte i romanzi sono anche cuciture strappate, sono ferite di una guerra che non sai come hai combattuto e contro chi hai combattuto. È il fascino dei buoni libri, è la bellezza di verità che vogliamo tenere a distanza per non farci scoprire, per non dover ammettere che sono le nostre. Come disse Umberto Eco: scrivere un romanzo è liberarsi antiche ossessioni.
Poi certo, per farlo c’è da costruire una quinta, un fondale che ci rassicuri, un teatro dove non si recita a soggetto, e dove il copione è scritto negli spazi delle parole e non certo nelle frasi, nei punti bui dei personaggi e non in quello che dicono, nelle azioni che non si riescono a descrivere e non nell’agire dei protagonisti del libro. Quando accade segui la narrazione di una storia convinto di una cosa, che è come una musica dove le pause sono scritte prima delle note, e le pause spesso generano le note.
Mario Desiati è uno strano scrittore. Si potrebbe dire che la sua letteratura è ricca ma invece spesso è essenziale come il frinire di una sola cicala in un tempo fermo. È come un albero quasi abbandonato in un campo sterminato, è un muro a secco, pietra su pietra, dove il miracolo non sono le pietre che riflettono la luce del suo Salento, della sua Valle d’Itria, ma l’equilibrio di quelle pietre, le linee scure che ne restituiscono il disegno e lo rendono sorprendente.
Il libro dell’amore proibito (Mondadori, pp.198, €17,50) è certo la storia di passione corrisposta di un giovane di 14 anni per la sua professoressa di Applicazioni Tecniche trentenne. È certo il dolore dello scandalo di una passione non consentita, con la docente che pagherà con il carcere tutto questo. Ed è certamente il romanzo generazionale di alcuni ragazzi in un paese del sud dove nulla è consentito e tutto può essere sognato. Ma è soprattutto l’affresco di un modo di perdere la giovinezza senza riuscire, mai e poi mai, a conquistare l’età adulta. È un tempo senza una cintura che possa sorreggerlo, come un pantalone troppo largo che non sai più come portare. È la violenza che nessuno può insegnarti perché ce l’hai tatuata sulla pelle da quando sei nato. È l’orrore di essere giudicati senza una legge che sia mai stata scritta. È lo stupore che il conformismo è più duro dell’indifferenza, e l’indifferenza è più sopportabile di un’attenzione estrema che ti soffoca l’esistenza, e la fuga è solo un modo di ritornare da sconfitti, e la sconfitta è solo un lusso per chi può giocarsi la sua partita, e non è per tutti.  E ai personaggi di questo romanzo non resta altro che il desiderio freddo come un dolore, appuntito come le pietre che costeggiano le strade che da Martina Franca vanno a Cisternino, o ad Alberobello.
Veleno, il protagonista, aspetterà che la sua Donatella esca dal carcere per tornare ad amarla. Il suo amico Nappi pagherà tutte le controre di un tempo fermo, di un sud che ti condanna a non cambiare. Il bel Walter, paralizzato su una sedia a rotelle, dopo un incidente, a fare i conti con una vita che sembra un temporale che nessuno sa spegnere.
Ma questa non è solo la storia di un amore scandaloso e impossibile, della ferocia dell’attesa quando non sai raccontarla a nessuno. È la storia di gente che non sa stare al mondo, come dice Desiati. Perché il mondo lo può solo guardare, senza abitarci, lo può solo capire e sentire, senza le parole per dirlo, È la cartografia di uno stupore: lo stupore che tutto resti in piedi, come quei muri a secco di quella terra, dove nessuna pietra combacia con un’altra, dove non va mai giù niente, tutto è in equilibrio, anche la follia.