Il tema della scrittura della musica è tra i più complessi. Nessuno ci riesce a spiegare la musica, nessuno sa descriverla a parole e tentare una sua definizione può apparire un controsenso, un’impresa dalla quale non si può che uscire sconfitti. Descrivere la musica è un arrancare di fronte a sensazioni che in pochi riescono a definire. Con la musica classica si può tentare una lettura colta, si utilizzano parallelismi, la si immerge nella sua epoca. Si rispolvera la teoria musicale, i manuali di armonia e composizione avvicinandosi abbastanza a un racconto di quello che l’ascoltatore poi imparara ad ascoltare. Con la musica leggera invece le letture sono semplici. La musica leggera è sempre sociologica, ha sempre qualcosa a che fare con la parte più friabile e lieve del suo tempo. E già questo è sufficiente per parlarne senza timori.

La musica jazz invece è misteriosa come nessuna. Non ha un canone, non ha partiture codificate e scritte. Attraversa tutto il novecento in una lunga notte dove i tempi musicali sono tempi narrativi. Narrativa priva di parole, narrativa di un inconscio musicale che è difficile scoperchiare, che è inconoscibile.

Murakami Harumi è lo scrittore che sappiamo. Da molti venerato come uno dei maestri della letteratura del nostro tempo. Da altri guardato con diffidenza per uno stile narrativo scrupoloso e al limite della noia. È davvero molto difficile dare un giudizio sui suoi libri, un giudizio univoco, e forse questa è la cosa più affascinante della sua personalità e del suo essere scrittore. Einaudi manda in libreria un suo libro che non è un romanzo, che non è un saggio,  e che si intitola Ritratti in Jazz (con le illustrazioni di Wada Makoto, pp. 233, euro 19,50). Murakami è un appassionato di jazz. Possiede una collezione di dischi, rigorosamente in vinile, dei classici più importanti. E in questo libro Murakami non fa altro che raccontarci dischi e vite di musicisti. Piccoli ritratti dell’età del jazz. Due pagine per ogni artista, un tentativo di spiegare la loro poetica, il loro modo di essere, un piccolo colpo di pennello per portarci dentro il mondo del jazz e della musica, e farci capire qualcosa in più di un modo di suonare sempre soprendente e indefinibile.

Ora non voglio dire che i ritratti di Murakami non siano scritti in modo gradevole, e talvolta, ma non spesso,  anche nitidi. Ma è come un disegno senza ombre. Ogni musicista è un discorso sulla musica, ma non c’è musica, non c’è verità, non c’è intensità. Non si può parlare di musica senza metterci il proprio corpo. Senza dare le proprie generalità. Senza sapere che tutto quello che pensi e scrivi sarà illuminato da una luce strana. Parlare di musica e di musicisti è prima di ogni cosa un raccontarsi. E il jazz non solo non fa eccezione, ma è il raccontarsi più disarmante di tutti, è una foresta senza strade, un deserto dove non puoi che perderti. Il modo di suonare dei grandi musicisti jazz è solo metà della partitura, l’altra metà la devi armonizzare tu, con quello che sei capace di sentire: con le paure, le angosce, le intermittenze, e anche la gioia di ascoltare musicisti che non sono soltanto esecutori, sono anche compositori, e non solo soltanto compositori, ma anche uomini che attraverso il proprio modo di essere sanno trovare note che nessuno poteva prevedere. Improvvisatori della vita e dei sentimenti.

In Murakami non leggo niente di tutto questo. Leggo un bel comptino, illustrato con garbo da Wada Makoto, che non va mai a fondo, ha un estensione di appena un’ottava, come una voce che non ce la fa a trovare note particolarmente alte o gravi. Non mi entusiasma questo libro. Perché il suo è un jazz club del giorno dopo, quando finito il concerto, tolti dai tavoli i bicchieri di whisky, spazzato a terra e svuotati i posaceneri si aprono le finestre e si fa prendere un po’ d’aria al locale. La musica non c’è, il ricordo del concerto è più lontano di quanto si pensi. Risuonano ancora melodie ormai sfumate, di una musica che non puoi capire se la temi e la vuoi tenere a bada. E devo dirlo: Murakami dà proprio questa sensazione. Ama il jazz proprio per tenerlo il più possibile lontano da sé. Perché in fondo il jazz è esattamente l’opposto della sua narrativa e del suo modo di raccontare.