Se il filosofo e teologo irlandese George Berkeley non fosse morto nella metà del Settecento oggi si sarebbe preso le sue soddisfazioni. Berkeley scrisse nel 1710 un saggio intitolato Trattato sui principi della conoscenza umana. Nel paragrafo 9 di quel saggio dice una cosa molto interessante: «Le idee che ci facciamo delle cose sono tutto ciò che possiamo dire della materia. Perciò per materia si deve intendere una sostanza inerte e priva di alcun senso, della quale però si pensa che abbia estensione, forma e movimento. È quindi chiaro che la nozione stessa di ciò che viene chiamato materia o sostanza corporea è contraddittoria. Non è quindi il caso di spendere altro tempo per dimostrarne l’assurdità».
Per Berkeley la materia era un’assurdità, un’illusione. Perché contava l’immaterialità delle cose. Contava il fatto che le idee provengono direttamente da Dio, quindi non possono essere materia, mentre la materia è solo un’illusione.
Un paio di mesi fa un amico mi parlava della sua libreria musicale. Era molto fiero di possedere qualcosa come 30 mila brani: tutti sul suo computer, ordinati per autore e titolo, rintracciabili in qualsiasi momento. Solo che la settimana scorsa gli è stato rubato il computer portatile con tutta la sua musica digitale. Niente di grave, mi ha detto, è in una cloud, in una nuvola dove ha memorizzato tutto quello che possedeva: «non ho perso nulla», ha aggiunto fiero. L’immateriale di cui ha parlato Berkeley oggi è tutto davanti a noi. Per lui  il materialismo conduceva all’ateismo, e l’immateriale era il fondamento della religione.
Viviamo in un mondo mistico dove la materialità si riduce ogni giorno. Via via scompaiono oggetti che un tempo facevano parte del nostro quotidiano. Per primi i dischi e i cd, ora cominciano a sparire i libri, sostituiti dagli ebook. Non ci sono più le agende in pelle che un tempo stavano su tutte le scrivanie. Non si vedono più signori che ricopiano su un taccuino indirizzi e numeri di telefono. Abbiamo eliminato le fotografie stampate e gli album di fotografie, sostituiti dai programmi che ordinano i ricordi con precisione e rigore. Non abbiamo più cartelline o faldoni, con testi, fogli, manoscritti e tutto quello che andava conservato quando si scriveva. I post it sono simulati sui computer. I vecchi atlanti pesanti e colorati sono dentro google maps e sono aggiornati ora per ora. Stanno andando in cantina non soltanto i vecchi vhs ma anche i nuovi dvd a vantaggio dei video in streaming. Per non dire dei social dove l’immaterialità è tutta nella scrittura e non nella fisicità. Dove ci si parla attraverso pixel e non attraverso la voce e la presenza.
Berkeley diceva che l’immaterialità è tutta dentro il concetto di divinità. E in molti parlano di una vera e propria teologia del web. Ma l’immaterialità porta a conseguenze difficili da sopportare. La perdita della materialità è una perdita del possesso. Della concretezza delle cose. È vero che tutto sta sulle cloud, ma un tempo i libri e i film, si potevano prestare, le agende si ricopiavano, i fogli scritti avevano una sacralità vera. Le foto ingiallivano con i dubbi e con i ricordi. E restavano lì, come sentinelle di un tempo passato, come luogo sognato.
Oggi non è più così. L’immateriale di Berkeley, che tanto lo avvicinava a Dio era unico, perfetto, inimitabile, sospeso e mai confuso con la bassa materialità. L’immateriale di questa modernità è invece riproducibile all’infinito, avrebbe detto un altro filosofo, del Novecento: Walter Benjamin. È ricopiabile in qualsiasi momento, come file mp3, come video digitale, come copia e incolla di un word processor. L’immateriale nell’era della riproducibilità tecnica è un paradosso. È l’unicità riprodotta, tutta uguale e inalterabile. Non lascia vie di scampo o nostalgie. L’immateriale non si passa di mano, non aspetti che ti sia restituito. L’immateriale riproducibile esiste ma non lo senti addosso e non ti lascia niente.