La civiltà del carteggio è una parte della civiltà della conversazione. Le lettere spedite, ricevute e attese sono state per decenni e decenni il modo più importante per capire gli scrittori, i loro rapporti con gli editor, con gli altri scrittori. Erano una parte del cammino del lavoro letterario irrinunciabile. Oggi, che le lettere viaggiano via mail possiamo dire la stessa cosa? C’è differenza tra una posta elettronica e la vecchia posta, fisica, lenta che si usava ancora vent’anni fa? La domanda non rientra nel dibattito sulla modernità. La domanda ha a che fare con il tempo e con la scrittura, con la velocità e l’attesa, con la riflessione e i momenti morti.
Adelphi pubblica le lettere che Carlo Emilio Gadda scrisse in poco più di un decennio al suo editor e amico Pietro Citati (Un gomitolo di concause, pp.240, 14€). La prima è datata 1957, l’ultima è del 1969. Non sono moltissime, sono 44 lettere. Belle, intense, scritte come solo Gadda poteva fare, con un’ironia, una limpidezza di di ragionamento, una forza argomentativa, per quanto leggera e delicata, di grande impatto e autorevolezza. Ne esce un Gadda che in parte conosciamo: elegantemente formale, lieve e sottilmente nevrotico. Rispettoso e affettuoso. Lucido in tutte le sue decisioni, capace di comprendere perfettamente i suoi punti di forza e le sue idiosincrasie. La lettera, ad esempio, dove esprime in forma di paradosso la sua idiosincrasia per Moravia e la Morante è un piccolo gioiello. Ma non solo. Anche nella scrittura più consueta, più normale, se così possiamo dire, Gadda ha una sua letterarietà che si fa sostanza, come se le parole fossero non solo un tramite per esprimere concetti e sentimenti, ma fossero in sé dei concetti e dei sentimenti: «Caro Citati, credo che partirò domani o dopo per Roma, chiamatovi da granucce varie. Io e Bassani abbiamo avuto febbri e malessere. Non ho lavorato, ho dovuto riposare, meriggiare, oziare e inconcludere»…
Inconcludere è davvero strepitoso. Ma non stupisce affatto il genio di Gadda in queste poche righe. Quel che colpisce di questo carteggio è un’altra cosa. È il ruolo silente e maieutico di Citati. Che si conquista con lentezza la fiducia di un ossessivo come Gadda. Di uno straordinario scrittore che sfugge sempre a qualsiasi definizione della vita e del mondo, e che parla di se stesso più di quanto ci si potrebbe aspettare: «Dopo la Sua partenza, la infermità si è manifestata anche clinicamente, diagnosticamente. Le ipotesi sono tre: una influenza a-tipica (cioè di ceppo ignoto asio-afroide tra giallo ed eburneo): un avvelenamento da cibo deteriorato, non si può sapere se domestico o trattoriale, ma anche questo da retrogradarsi nel tempo, ad almeno 15-18 giugno: una febbre tifoide non avvertita (non misuravo la febbre, allora)».
Sono le descrizioni dei suoi malanni, piuttosto comuni, ma il registro linguistico, il ritmo interno delle frasi, il saper raccontare anche con poco da raccontare, non è un abile artificio di un genio della letteratura in grado di riscrivere il menù di un ristorante in endecasillabi come un canto di Dante. Non c’è mai in Gadda il compiacimento della sua scrittura. C’è in queste lettere un uomo capace di uno stato di grazia letterario perenne, costante, che affonda le sue radici non in una esibizione della letterarietà, ma in uno scogliere il letterario nella vita, senza arricchire la vita del letterario, e neppure il letterario di vita. La scrittura di Gadda è Gadda, sempre, anche quando scrive semplicemente: «Tanto per non smentire la mia qualità di seccatore. Le chiedo di rendermi possibile comunicare per lettera con Gianfranco Contini: è a via del Pian dei Giullari 71, Firenze».
Anche gli indirizzi li scrive in un modo diverso, gli riesce anche questo. Ma il gioiello di questo libro oltre alla cura precisa e formidabile di Giorgio Pinotti è quel piccolo saggio di Citati alla fine del libro. Un saggio già pubblicato nel 2008 e che Adelphi ripropone in questo volume. Dove le qualità critiche di Citati arrivano a raccontare il tempo della letteratura e il pensiero della letteratura in un modo puntuale. Si tratta del racconto e della genesi di due libri di Gadda: il Pasticciaccio e la Cognizione del dolore, ed è come trovare aperta la cassetta degli attrezzi dell’editor che ha seguito e consigliato Gadda in tutti quegli anni. E c’è il rimpianto forse di editor e scrittori che conoscevano il loro tempo. E non il tempo del mercato e di una letteratura ormai troppo commerciale.