La letteratura ha sempre a che fare con il dolore, la memoria e la nostalgia. Ha a che fare con il tempo. Un tempo a completa disposizione dell’immaginazione. Un tempo imprigionato e vinto. Messo all’angolo, piegato come un ferro incandescente lavorato all’incudine. La letteratura è un modo per sfuggire alla finitezza delle cose, alla perdita, all’oblio. E invece il mondo dei lettori ritiene il leggere romanzi o poesia una perdita di tempo, qualcosa che non incide nello scorrere della vita, un passatempo alle volte sterile, perché poco concreto.
I non lettori si tengono a distanza dalla letteratura come ci si tiene a distanza da vizi che non dànno quasi mai sollievo. E che non aiutano a vivere meglio. Mentre i lettori forti ripongono nella scrittura aspettative esagerate. Navigano per i mondi letterari come esploratori che rinunciano a una vita concreta per rifugiarsi altrove. Scambiano verità e artificio con un’alchimia, pensano che la finzione sia un modo per rendere più limpida e comprensibile la vita, e viceversa sono certi che una vita riletta in chiave letteraria possa dimostrarsi più intensa e persino più vera.
In questi due estremi, tra il fantastico e il concreto, tra vite che hanno abbandonato la fantasia e il racconto dagli anni dell’infanzia, e sognatori sospesi su una realtà che vorrebbero cambiare di continuo, corrono le contraddizioni degli scrittori contemporanei, spesso in profonda crisi di identità. Imitare la vita, o raccontare mondi paradossali? Entrare fino in fondo nelle ossessioni del racconto, o tenersi a distanza, usando le parole per rendere i propri sentimenti più intensi e universali? E ancora: quanto rinunciare a ogni seduzione verso il lettore per fare dei propri libri un esempio di asciuttezza e di rigore?
Se leggo Storia di Irene di Erri De Luca (Feltrinelli, pp.109, euro 9) non so decidermi. Perché è un libro di racconti, ma è soprattutto il libro di un racconto, il più lungo, quello che gli ha dato il titolo. Gli altri due, brevi e belli, sono fagocitati dalla storia di Irene che si prende la ribalta completamente. Non so  decidermi se aderire a una favola capace di prendere in mano il lettore e meravigliarlo. Oppure se tenermi a distanza, ammirato da una scrittura che De Luca, libro dopo libro, rende sempre più metaforica e poetica, sempre più separata dalla realtà, sempre meno ideologica e apologetica, e sempre più vicina alla consistenza di un arcobaleno, di una fata Morgana.
Erri De Luca scrive con un inchiostro che ha la consistenza delle nuvole, usa colori che non esistono in natura, racconta favole ancorandole con solide corde a un terreno arido e indifferente. Costringe un mondo che gli piace poco e con cui non vuole avere a che fare a occuparsi di creature letterarie che non chiedono incanto e illusione, che non vogliono diventare un passatempo per lettori smarriti. Irene è un personaggio di una favola, se per favola intendiamo la fabula, se al concetto di personaggio togliamo tutto il valore romantico e romanzesco che gli abbiamo dato in due secoli e lo mandiamo indietro nel tempo, quasi fino al mito, alla genesi del mondo.
In questo libro gli elementi, il mare soprattutto, sono personaggi e obbediscono al tempo, alla memoria, alla storia e al mito esattamente come Irene: una bimba orfana che vive su un isola greca e che è stata salvata dai delfini. Capace di non abitare nessuno dei mondi che conosciamo, e di abitarli tutti.
De Luca è in grado di farci abitare storie che sono case disegnate senza una ragione apparente. Case che hanno porte e finestre ma non dove dovrebbero stare, che hanno stanze ma senza muri dritti e lisci. Case che non proteggono e non riparano ma ti scaravantano nel mondo. Io non so quanto si possa seguire De Luca in questa scrittura che si scrolla di dosso il romanzo come un’impostura ottocentesca a cui tutti siamo ancora devoti e fedeli. I suoi libri sono arcaici, i suoi pensieri sono attraversati da linguaggi che parlano diversamente, che sanno vedere anche i mondi capovolti.
Ne sono ammirato e ne sono perplesso, quando alle volte la sua intensità va a sbattere contro la parete sottile che ci divide dal lezioso e dalla retorica. Lui così asciutto e visionario, lui così pericolosamente lirico. Ma gli estremi si attraggono. E il bello delle cose sospese è proprio questo. Che non ci sono bussole per orientarsi.