Vent’anni fa, l’Università di Bologna fece un esperimento. Invitò in città per qualche mese due griot senegalesi, come fossero due antropologi: per studiare la nostra società, tornare nel loro paese e raccontarla. I griot sono narratori di storie, spesso anche musicisti. La cultura dei griot è sostanzialmente subsahariana. Vengono dal Mali, dal Senegal, dalla Guinea, dal Gambia. Si tramandano storie, tengono vive le tradizioni, le contaminano con la musica. Ogni generazione passa il testimone a quella successiva. E il testimone non è altro che la cultura del tempo, che viene assimilata, riconosciuta. I testimoni sono pietre miliari della cultura dei popoli, rappresentano il cammino, il cammino nel tempo. Quello che hanno condiviso i nostri padri lo conosciamo, quello che condividiamo noi oggi, lo racconteremo ai nostri figli.
Tutte le culture solide hanno un forte senso della memoria e del tempo, e naturalmente della storia. La testimonianza è un modo per non perdersi. Per riconoscersi in un humus comune.
Sono nato nei primi anni Sessanta e i miei genitori erano nati nei primi anni Venti. Non ho ascoltato la loro musica, ho letto libri diversi (in parte) dai loro, mi sono vestito in modo differente. Differente anche il linguaggio e le storie personali, differente il sentire emotivo. So tutto di loro e del loro tempo, ma io e mio padre non ascoltavamo le stesse stazioni radio, e non leggevamo gli stessi giornali, non parlavamo la stessa lingua. Erano generazioni lontane, spicchi di tempo e di vissuto che coincidevano assai poco.
Questo accadeva perché un tempo c’erano strade e cammini, e oggi invece ci sono piazze: piazze virtuali, piazze culturali, politiche, digitali. Non c’è un cammino, c’è una condivisione. Ma la condivisione non è quella dei griot che mettono un sapere a disposizione spiegando il perché, e come deve essere riletto e capito. La condivisione è una forma di medietà. È un territorio comune dove le generazioni sono tutte uguali, dove le età non hanno importanza, dove i sentimenti sono omologabili: che siano di un venticinquenne come di un cinquantenne.
Sarà sempre più così. Le generazioni condividevano le esperienze vissute e si riconoscevano proprio per questo motivo: la generazione che ha fatto e vissuto la guerra, la generazione del boom economico, la generazione del ’68, quella che ha sofferto il terrorismo, quella che ha attraversato l’edonismo reganiano, quella che non voleva morire democristiana, e quella cresciuta con Berlusconi. Ma se cancelli i percorsi, e condividi tutto nel presente, il tempo, il racconto, il passato, al massimo può diventare marketing. Quella che fu un tempo l’industria discografica, a cavallo tra anni Ottanta e Novanta scoprì il revival. Voleva dire resuscitare cantanti e tendenze già marginali ed effimere quando erano in auge e riproporle su mercato come una moda. Il revival, il modernariato, la moda che rifà continuamente se stessa, sono una maniera per rivisitare il passato come fosse  marketing. Io e i miei figli sentiamo più o meno la stessa musica, arrediamo le case allo stesso modo, e usiamo i social network con le stesse regole. Capiscono le cose lontane soltanto in forma di un presente lungo e dilatato.
Qualche giorno fa ho visto un bel documentario di Elisabetta Sgarbi intitolato: Quando i tedeschi non sapevano nuotare. Un film testimonianza sulla resistenza e sui partigiani nel ferrarese. Erano belli questi primissimi piani dei vecchi partigiani, questi griot italiani, che raccontavano la loro e la nostra storia. Oggi abbiamo il terrore di perdere tutto perché non troviamo più cammini comuni: e sono i cammini comuni a far sì che le persone si scelgano e si riconoscano. Nelle piazze, virtuali o reali, stanno tutti troppo vicini, tutti qui e ora, senza il tempo di raccontarsi, senza il tempo della storia.