Il web ha reso tutto possibile. E rendendo tutto possibile ha generato un’angoscia che corre ovunque. Il web permette di condividere e mostrarsi, pubblicare pensieri e confrontarsi, e non ha confini, limiti e possibilità. Tutti possono pubblicare, aprire un blog, un canale video, un account flickr per le proprie foto. Sappiamo che possiamo far circolare testi e musica, ebook e playlist su iTunes. Ma sappiamo che con il tempo questa opportunità si sta trasformando in una trappola. Perché estendere il talento è solo un’illusione. Incoraggiare la creatività può essere causa di frustrazione. Mettersi in gioco può essere un’esperienza esaltante ma anche terribile.
Quest’epoca è ossessionata dal talento. Il talento è un elemento indispensabile di una vita degna di essere vissuta. Comincia con i genitori accudenti e ansiosi che applaudono al saggio artistico del figlio in età prescolare, continua con l’idea che devi avere qualcosa in più, quello che chiamiamo l’x-factor, quello che viene mostrato, si fa per dire, nei programmi televisivi. Più di una generazione si guarda allo specchio e si chiede: avrò abbastanza talento? Persino nello sport. Non si è più dei buoni calciatori, ma dei buoni fantasisti, che devono avere stile e classe.
Democratizzare il talento è un paradosso. Una persona senza talento è spenta, priva di qualità, poco interessante. Una persona con talento è ammirata, corteggiata, portata a esempio. Dire: «Ha un grande talento» è condizione indispensabile per essere felici. E coltivare un talento è il primo passo per realizzare le capacità dei nostri figli.
Peccato che il talento è molto raro, che nel talento si immettono aspettative, umane e artistiche, che nessuno riesce a definire con chiarezza. Il talento oggi è un vestito, un modo di presentarsi, e non una capacità di cambiare le cose. Non è una rivoluzione culturale, qualcosa che stupisce tanto è forte e intensa, ma un modo di completarsi senza sapere come, di imitare senza sapere il perché, di seguire l’istinto senza avere consapevolezza della strada da percorrere. Abbiamo sovraccaricato il web di talenti di ogni tipo. E i talent televisivi, come vengono chiamati, sono la punta di diamante di queste aspettative: e portano alla convinzione che una vita senza espressione artistica non sia degna di essere vissuta, perché sarebbe una vita in minore.
Questa è un’epoca dove il talento è tutto nell’imperativo di voler raggiungere fama e successo. Non nella voglia di creare qualcosa che riveli il mondo. Il talento oggi non è emozionare, ma emozionarsi. Non è farsi leggere, ma rileggersi. Non è un luogo interiore dove realizzarsi, ma è solo esteriore ed esposto. Ora esiste anche un talent sulla letteratura: si chiama Masterpiece. Ed è una gara televisiva per aspiranti scrittori. Sarà come mettere in competizione tante monadi che non comunicano tra di loro. Esistono testi letterari migliori o peggiori, ma non ci sono vie di uscita: ogni scrittore ha solo le sue storie da raccontare. Possono piacere oppure no. Ma narrare è un gesto intimo, che non si può spiegare in un programma televisivo, che vuole silenzio, invisibilità, tempo, attesa.
In questo mondo dove tutto è condiviso, il talento vero è quello di chi si tiene le cose per sé. Lontane dai riflettori dei social, da un’esposizione mediatica eccessiva. Vuol dire proteggere la propria interiorità, difenderla da tutto e tutti, generare distanza. Invece oggi l’interiorità sembra un valore aggiunto, qualcosa da esibire. Come se un atteggiamento introspettivo ed emotivo, possa essere sufficiente per rendersi interessanti. In questo mondo dove condividere non è più scambiare le cose e metterle in comune, ma è invece mostrarsi, stare in vetrina, la frustrazione è ormai il vicolo cieco verso cui stiamo spingendo questa generazione schiava del sogno di un talento.