Esiste una letteratura bambina? Esiste. Esiste insomma una scrittura, un modo di raccontare che non si rivolge ai bambini. Anzi, si rivolge agli adulti. Ed è scritta da adulti, ma torna come un miracolo allo sguardo bambino delle cose. E riesce in questo modo a mettere sulla pagina un punto di vista contaminato, indefinito, fatto di ragioni adulte e visioni infantili, ingenuità rivisitata e genio nel capire che l’età dell’infanzia è un’età sorprendente, priva di regole, eppure magica e letteraria.
Siamo abituati a immaginare l’infanzia come fosse un mondo a ritroso, un luogo di favole dove la semplicità dello sguardo, il punto di vista limpido è un valore aggiunto. Ideologicamente pensiamo che quel tipo di semplicità sia l’origine della perfezione narrativa quando non è contaminata con la consapevolezza intellettuale, quando è priva di sovrastrutture culturali, quando è un punto ultimo, lontano e irraggiungibile della letterarietà. Da sempre ragioniamo e ci illudiamo dell’esistenza di un’innocenza letteraria. Da sempre crediamo che una letteratura limpida, che ti sorprende e che ti mette con le spalle al muro, ha da qualche parte un nucleo di semplicità che arriva da lontano. Uno sguardo fanciullo che permane nei decenni, fino a diventare il motore fondamentale anche di romanzi complessi e profondi, che a questa origine debbono tutto.
Non credo sia vero. Freud ci ha spiegato che i bimbi non sono innocenti. E Harold Bloom molto tempo dopo ci ha detto che i letterati combattono con “l’angoscia dell’influenza”, che soccombono troppo spesso a una tradizione letteraria che li schiaccia ma li rende anche straordinariamente ricettivi.
Elsa Morante è una grande scrittrice. La è perché ha cercato per tutta la vita di non fare la scrittrice. Ha odiato la scrittura, talvolta anche gli scrittori. Si è pentita del suo talento, ha guardo il mondo con insofferenza, oltre che se stessa. I libri migliori non erano libri definibili con esattezza. Ha scritto fiabe, filastrocche e romanzi. Ha vissuto il proprio talento come uno specchio messo nel posto sbagliato, nel luogo dove non vorresti specchiarti.
Elsa Morante ogni volta ti spiega quanto la letteratura e la vita siano legate assieme da qualcosa di assai diverso da quanto si crede di continuo. Letteratura che aggiusta la vita. Vite che si fanno letterarie. E in questo Aneddoti infantili supera se stessa, se ancora si può dire. Sono piccoli racconti che scrisse sulla sua infanzia e che furono pubblicati tra il 1939 e il 1940 sul settimanale “Oggi”. Storie di infanzia. Storie di famiglia. Dei suoi fratelli,  di sua madre, degli istitutori, della compagne e dei compagni di scuola. Dei suoi amori immaginati e del primo amore. Einaudi li ripubblica con un paio di racconti ancora inediti in volume (pp.75, 9.50 euro). E ti chiedi se essere scrittori vuol dire essere sotanto capaci di scrivere. O se invece essere scrittori significa essere capaci di guardare e di essere: soprattutto essere in grado di maneggiare la ferocia e l’innocenza, il dolore, la delusione, la paura, l’illusione. Il sogno, lo spaesamento, e la consapevolezza quando non te la puoi ancora permettere.
Questi racconti non sono dei gioiellini di una grande scrittrice che se scrive della sua infanzia lo sa fare meglio di altri. Questi sono racconti capaci di mettere in crisi un grande scrittore. Per la nitidezza e la sostanza delle cose, per la forza del racconto, per il talento di fermare il passato rendendolo a tutti riconoscibile, vero, e apparentemente autentico. I racconti, brevi e quasi farinosi nella loro consistenza, sono tutti belli. Con un piccolo capolavoro. Quello che racconta di Elsa bambina che si innamora dell’aviatore Lindbergh e gli scrive lettere bellissime, firmandosi con vari speudonimi. Tra gli altri: Velivola. La bimba Elsa diede fondo a tutte le sue finanze per comprare i francobolli internazionali necessari a raccontare all’eroe dei cieli il suo trasporto.
È un racconto sospeso e vero. Per nulla doloroso, per nulla acuto, per nulla furbo. Sta là, come un disegno perfettamente riuscito che non sai come sia riuscito così bene, e quello è sempre stato il modo di scrivere della Morante. Ed è l’unico modo di raccontare che hanno i veri scrittori.