Accade che a un certo punto ti arrivi addosso una sensazione di disagio, anche forte, per tutto questo parlare di futuro, di cambiamento, di possibilità, di tempi nuovi. È la nevrosi di un mondo che ha bisogno di ripetersi di continuo che tutto sta cambiando, che tutto è in movimento, che il futuro porterà nuove cose, che il modo in cui si accelerano i processi non è mai stato così rapido e stupefacente.
Accade che il disagio sia anche interpretativo. Nel senso: capisci che il mondo non è un cambiare continuo scintillante e stimolante, ma non sai il perché di questo bisogno. E non comprendi come mai l’ossessione del cambiamento e del futuro sia così irrinunciabile, visto che la parola progresso la associamo soprattutto alla rivoluzione industriale e poi al secondo dopoguerra del secolo scorso.
Le possibilità della comunicazione globale, il progredire degli studi sull’intelligenza artificiale, i cambiamenti delle abitudini anche mentali dati dalle nuovi tecnologie ci fanno pensare all’inizio di una nuova rivoluzione. Di cui però non si conoscono contorni e possibilità. Non si sa dove ci porterà il web e come muteranno le nostre vite, non si sa quanto saremo capaci di adattarci a una socialità globale che si rende visibili a tutti sempre e comunque, non sappiamo come tutelare la nostra privacy, e come conservare i nostri ricordi. Non sappiamo che mestieri si faranno nel futuro, e che uso ci sarà concesso del nostro tempo libero. Non sappiamo infine in che modo dovremo pensare al progresso, e se usare un’altra parola per questo concetto. Se tenere ferma l’aspirazione a un mondo migliore, più profondo, persino più ricco, per certi versi.
In questo tempo dove la parola futuro la stampiamo ovunque, la leggiamo dappertutto e la sentiamo ripetere come fosse un argomento irrinunciabile, abbiamo una difficoltà tremenda a immaginare il futuro. E non perché è diventato più difficile rispetto a un tempo. Non credo che per un gentiluomo di campagna della fine del Settecento fosse facile pensare a rotaie di acciaio su cui correvano mostri a vapore. Fabbriche capaci di produrre a una velocità impensabile, arnesi che riproducevano la realtà su pellicole sensibili assai meglio dei ritrattisti e dei pittori. Il futuro è sempre stato veloce, il progresso una promessa per tutti sempre.
Ma oggi lo sgomento arriva perché, come dice un grande fisico come David Deutsch non sappiamo più dove ha inizio l’infinito. Un tempo l’inizio dell’infinito lo si conosceva assai bene. Pensare l’infinito, che è un po’ la banda larga su cui viaggia l’idea di futuro, è fondamentale. L’infinito è un’idea che ci portiamo addosso da sempre. La finitezza delle esistenze terrene si fa sopportabile perché è compensata da un’idea di infinito. La domanda classica è sempre stata: se state scrivendo un romanzo, o dipingendo un quadro e vi dicono che un meteorite cadrà sulla terra distruggendo ogni forma di vita, continuereste? Chi risponde sì a questa domanda dichiara il falso. Nessuno può continuare. Ogni opera umana è collegata all’idea che l’infinito ha un inizio. È quella spinta iniziale che ci porta a pensare alle cose: a procreare come a generare futuro.
Solo che un tempo l’inizio dell’infinito era visibile a tutti. Era una nave di emigranti che approdavano in America. E tra loro ci sarebbero stati milionari. Era il primo metro di rotaia che sarebbe arrivato fino in Siberia, dopo migliaia di chilometri. Era la lente ottica più grande che spostava un po’ più in là la nitidezza dell’universo che ci era concesso di vedere. Oggi gli inizi sono confusi, nebulosi incerti. La circolarità non permette di capire dove è il principio del nostro infinito e come guardarlo. Da quando sappiamo sempre meglio come è l’universo in cui pensiamo e ci muoviamo, la parola futuro ci accompagna come un’esigenza nevrotica e astratta. Da quando sappiamo immaginare tutto, non siamo più capaci di immaginare niente. Da quando non sappiamo più dove inizia l’infinito non riusciamo più a capire dove andare a ritrovarlo.