Non riflettiamo mai abbastanza su quanto la letteratura stia mutando. Quanto stiano cambiando gli autori e quella che chiamiamo generalmente l’autorialità. La letteratura è conservatrice, la letteratura si specchia e vuole sia restituita a sé sempre la stessa immagine. E quando mostra una volontà di cambiare osa l’impossibile, rompe gli schemi, scardina i linguaggi, le strutture narrative, si fa avanguardia, modernità. È accaduto nel passato e accadrà ancora. Ma gli autori sono sempre stati la stessa cosa di sempre. Ogni autore che scrive letteratura si fa autore letterario: tradizionale o d’avanguardia poco importa. Come importa poco da che mondo provenga. Diventare autori è come mettere un vestito. Meglio una divisa. Chi porta una divisa non racconta una sua storia, ma racconta la storia del corpo a cui appartiene. Chi diventa autore non racconta soltanto se stesso, spiega a tutti di essere entrato in un mondo che condivide linguaggi e metodi.
Eppure la modernità è altro. La modernità avrebbe dovuto contaminare, i linguaggi dovevano cambiare e gli autori avrebbero dovuto portare il loro vissuto certo, ma anche il metodo di indagine dentro il tempo della letteratura. Non è accaduto quasi mai. Non abbiamo uno autore chirurgo capace di scrivere un romanzo sull’ossessione del bisturi, della carne, del corpo quando è tagliato, lacerato, ferito. Non abbiamo psichiatri capaci di mettere in letteratura la follia che hanno frequentato per decenni. Quei pochi che lo hanno fatto hanno sacrificato il loro mestiere , il loro modo di vedere il mondo sull’altare della letteratura. Hanno bruciato il talento delle proprie cose per un talento più alto, quello del narratore.
Chiara Frugoni è una grande medievalista. Le dobbiamo molto. Per i suoi studi su San Francesco, per le sue scoperte su Giotto, per i saggi che ha scritto. E le dobbiamo molto anche per questo libro: “Perfino le stelle devono separarsi” (Feltrinelli, pp.123, 14 euro). Un libro breve, scritto con grazia, che racconta la storia della sua famiglia partendo dall’inizio dell’Ottocento. Con molte fotografie, con molti personaggi, come fosse una saga, un romanzo vero, racconti di vite intense indagate, cercate, ritrovate con lo sguardo di uno storico che sa muoversi in territori lontani, sa leggere immagini che ad altri direbbero poco, e sa aggiungere un senso di coinvolgimento che solo le proprie radici possono dare. Un libro sentimentale che non ha nulla di sentimentale. Un bell’insegnamento per tutti coloro che non possiedono la capacità di raccontare le cose in un proprio modo, ma vorrebbero raccontarle nel modo di tutti.
Perché è questa la modernità di cui parlavo. Sapere che puoi mettere sulla pagine quello che sei, e quello che hai imparato a dare. La sonorità di queste storie contadine, che incominciano in un paese del bergamasco che si chiama Solto, e ruotano attorno a tutta una serie di figure diverse, viene dal trattare vite e destini come fossero documenti da ritrovare, ma soprattutto da interpretare. Giá il modo che la Frugoni ha di rileggere e analizzare le fotografie di famiglia mi affascina. Sembra di fronte ad affreschi fitti di simboli, sembra mettere in campo un’iconologia tutta privata che lascia ammirati. Sembra una microstoria della modernità. E i sentimenti non sono in gioco per cambiare le storie, renderle più vischiose, accattivanti. Non devono smuovere l’anima del lettore. Ma al contrario. Paiono un vento nitido capace di unire nella stessa leggerezza personaggi distanti e vicende piccole e private.
Ne esce un libro felice, misurato, mai scalfito dal compiacimento, mai preoccupato di coinvolgere il lettore, di darsi un’aura letteraria, mai nobilitato dalla scrittura in modo sterile. Un libro elegante perché sorretto da uno sguardo elegante, dalla consapevolezza della storia. Dal gusto del racconto  che non spiega e non svela, ma si svolge.
Dovrebbe accadere più spesso. Dovremmo svestire gli autori dall’ossessione di essere autori, lasciare che dalle parole esca il loro mondo, il loro sguardo, e poi aspettare di vedere quello che succede. La tradizione letteraria ha generato grandi scrittori e molti luoghi comuni. La letteratura non è un Olimpo a cui aspirare  ma è una catena montuosa di sentieri e crepacci, di nevi eterne di valli inattese. Da percorrere a piedi, con i muli, con gli sherpa che ti guidano. La letteratura non è una scalata narcisistica. Ognuno ha una sua vetta, ognuno sa dove andare. E non c’è un solo modo per farlo.