Qualche giorno fa, mentre parlavo in pubblico a Padova, un lettore mi ha chiesto se c’è salvezza nella letteratura. Se leggere libri, storie, romanzi o racconti non sia un modo per andare oltre all’apparenza delle cose, e dunque essere nel mondo con più intensità e con più verità. Non è una domanda ingenua, ed è una domanda cruciale. Perché la scrittura come verità e svelamento è sempre più frequente. Ma questo porta al disagio del silenzio, dell’interpretazione e della contemplazione. E cercherò di spiegarmi meglio.
Un tempo la lettura era una forma di salvezza. Quella dei testi sacri portava a capire meglio quale fosse la strada da seguire; l’ermeneutica (un termine filosofico che significa arte dell’interpretazione) era un passaggio obbligato per arrivare alla verità. Dunque leggere era un modo per giungere al cuore delle cose, a un livello più profondo, a una sorta di sottotesto infinito dove sono nascoste davvero le cose che contano e che dobbiamo comprendere per diventare migliori e diversi.
Si parte naturalmente dalle sacre scritture, dall’Antico Testamento, dai Vangeli e si prosegue. Ma se le sacre scritture sono salvifiche, la poesia dovrebbe essere altro. Dante è prima di tutto un testo. Solo che ormai abbiamo imparato a leggerlo in una chiave che va oltre il suo lato poetico e che diventa puramente interpretativo. Con il passare degli anni questo aspetto è diventato evidente e pressante. Non si legge più niente che non ci rimandi ad altro: l’idea è che un autore scriva per nascondere senso e verità tra le righe. Per cui i lettori più acuti sono quelli che arrivano fino ai territori segreti del significato e delle parole.
In questo senso la letteratura è salvifica perché va oltre la superficie delle cose, perché ci obbliga a capovolgere il mondo e a non fermarsi alle apparenze. E dunque l’ermeneutica diventa un metodo filosofico per comprendere la vera essenza delle cose attorno a noi.
Solo che il lettore di Padova che mi ha domandato se c’è salvezza nella letteratura non è figlio di una cultura dell’interpretazione, ma di una scrittura dell’interpretazione. Perché è avvenuto qualcosa di imprevedibile negli ultimi anni. Non esiste più un popolo di lettori e un’élite di scrittori. Esiste un popolo di lettori che sono scrittori. Si scrive, ci si rilegge, e ci si compiace. E fin qui non è una novità. Ma soprattutto ci si interroga su quanto si è scritto e sul suo significato. Fino ad arrivare, in molti casi, a non leggere più gli altri, perché si è troppo impegnati a capire se stessi e la propria scrittura.
L’effetto di rileggere i propri pensieri, diffusi soprattutto sul web in forma di sentenze, aforismi e parabole, porta alla rimozione del silenzio e all’incapacità di  contemplare le cose. Togliendo al testo la vacuità, la capacità di generare compassione.
Oggi riempiamo di senso qualunque espressione, qualunque pensiero, qualunque testo che veicoliamo sul web, che è diventato il web lo spazio principale delle nostre vite. Sovraccaricare di senso e di significato tutto quello che scriviamo e pensiamo porta a un vero e proprio inquinamento del nostro tempo interiore.
Tra senso e non senso, tra parola e silenzio abbiamo bisogno di intervalli, di gradazioni, e anche di quella vertigine dell’incomprensibile, dello svuotamento, che genera la possibilità di guardare alle cose senza interpretarle. Di leggere Dante senza farne una lettura, di cercare il silenzio, lo spazio che sta dentro i testi, e non lasciare che ci svelino sempre e comunque quello che vorremmo essere. Sappiamo leggere sempre meglio quello si nasconde tra le parole. Ma siamo tutti schiavi del senso, e non sappiamo contemplare il silenzio e le suggestioni indicibili dei testi.