Prima o poi i conti con la poesia si dovranno fare sul serio. E sarà un modo per farli anche con la narrativa. Da alcuni anni la poesia sta prendendo spazi e lettori. Se fino a vent’anni fa la poesia era un genere d’élite, frequentato da critici acuti e sofisticati, che richiedeva una capacità di interpretazione fuori dal comune, oggi è un genere frequentato da tutti quelli che cercano nella modalità di espressione dei poeti un senso più alto, più emozionale, più prezioso del vivere quotidiano. Mentre il romanzo infatti andava verso un impoverimento del linguaggio e verso una semplificazione delle strutture narrative, la poesia restava all’inizio in una sorta di torre d’avorio quasi irraggiungibile. Bene, i social network hanno aperto le porte della torre d’avorio e oggi le visite guidate ai poeti importanti sono frequenti e apprezzate da tutti coloro che ricercano un linguaggio non omologato, la possibilità di lasciarsi impressionare dalle metafore poetiche. Non dico che oggi i libri di poesia si vendono più di un tempo. Dico però che leggere poesia, essere poeti, è diventata una vera ambizione, spesso irrinunciabile.
Dunque non c’è più una poesia popolare e straletta e una poesia alta e importante. Non c’è più da una parte Prévert e Neruda e dall’altra Paul Celan e T.S.Eliot. Il modello poetico per tutti non è più If di Kipling. I nuovi lettori di poesia sono dei rabdomanti di parole, di immagini, attraversano i testi per cercare quelli che per loro hanno un brillio particolare, come si fa andando per rigattieri a cercare vecchi vetri colorati da collezionare.
Un bel vetro colorato mi è capitato tra le mani nei giorni scorsi. Lei è Carmen Yáñez, è una poetessa cilena di 60 anni. Nel 1975 il regime di Pinochet la arresta e la tortura. Lei riesce a fuggire. Resta in clandestinità per alcuni anni e poi si trasferisce in Svezia, nel 1981. Da lì comincia a pubblicare i suoi versi. Oggi la Yáñez vive in Spagna, nelle Asturie. È un personaggio interessante, con un passato di impegno e di dolore, Carmen Yáñez. E la sua è una poesia che risente di molte suggestioni,  sono tutte dentro la tradizione latino americana e ispanica. Questa nuova raccolta che Guanda pubblica nei Quaderni della Fenice, intitolata Latitudine dei sogni (testo originale a fronte, pp.123, 12 euro) dice molto di lei, e dice molto di quello che chiediamo oggi alla poesia. Sono belli questi versi, hanno il sentimentalismo e la nostalgia di Neruda, ma non rinunciano alla forza dello sguardo, alla capacità di definire cose e sentimenti con una intensità che rimane stabile senza retorica e senza ammiccare al lettore.
È una poetessa da saccheggiare la Yáñez: perfetta per essere citata, ottima per tenerti compagnia. «Questa è la mia casa / quattro pareti di vento; / per tetto, il paravento dello stesso cielo. / Al centro, solo / il tenue fuoco della luna». Oppure: «Non c’era sole / nell’atroce inverno / in cui ciascuno / cercò di salvare il suo fragile filo. / La vergogna altrui / lo zoo nazionale della paura. / Quei poveri occhi di cane / del paese oscuro».
Versi di pensieri e di ferite, immagini nitide, paesaggi interiori che nessuno riesce più a mettere sulla carta, ossessionati come siamo dalle storie, dal narrare eventi che possano susseguirsi uno dopo l’altro. Travolti dalle valanghe del senso, slavine che scendono in forma di parole. Dove è il punto di arrivo quello che conta. Dove il tempo della narrazione obbedisce alle regole del cinema, del giornalismo dei social network. La poesia invece è affacciata a un mondo che pensa di muoversi in tutte le direzioni, come una nevrosi. La poesia alla ricerca di un punto fermo, un divenire lento che permetta di guardare e di capire le cose del mondo.
Alla poesia chiediamo di mostrarci le nostre ferite. Alla narrativa contemporanea chiediamo di guarirle in fretta, perché le storie non danno tempo, ma soprattutto perché il tempo va riempito di storie. Allora tornare ai versi è un sollievo lento, controcorrente. Dove il dolore è condiviso tra poeta e lettore perché i versi danno il tempo di sedimentarlo. Ne La mia casa ferita, la Yáñez scrive: «Una lumaca attraversa il deserto del mio cortile / con la sua carcassa sul groppone / Indelebile, al sole / resta la traccia del suo passaggio, / la scia della traversata, schiuma brillante della fuga». Una lumaca che attraversa il deserto è il modo più nitido per dirci quanto abbiamo bisogno di lentezza e di poesia.