Un tempo si usava per definire persone d’animo buono, capaci di mettersi in collegamento con gli altri, di sentire le cose, e di generare empatia. Dire di una persona che è «sensibile» per anni e anni è stata un’espressione un po’ ambigua, a doppio taglio, eppure molto chiara. Si diceva che una persona fosse sensibile quando mostrava attenzione, predisposizione alla verità, quando era capace di mettersi a disposizione per un’adesione tutta speciale alle cose e alle persone. Se i maestri o i professori dicevano che nostro figlio era sensibile lo prendevamo come un complimento, che in casi eccessivi poteva trasformarsi in una debolezza: troppa sensibilità poteva sfociare in una bontà ritenuta alle volte pericolosa, perché disarmata e disarmante. Ma il paradiso dei sensibili è sempre stato un luogo migliore dell’inferno dei cinici capaci di non commuoversi di fronte a nulla.
Oggi è diventato davvero complicato sapere cosa sia la sensibilità. Se un tempo una persona metteva in gioco il proprio sentire nell’interpretare segni lievi del mondo, espressioni, debolezze nascoste; se la sensibilità per le cose era un talento dei propri sensi per raggiungere una comprensione più alta e diversa, oggi non è più esattamente questo. Abbiamo virato in un’altra dimensione perché il rapporto con il mondo passa da tempo, attesa e scrittura.
Lo sguardo è sostituito dalla punteggiatura, lo spazio è sostituito dal tempo. La distanza, o la timidezza si legge non tanto in un movimento goffo, o in una precisa fisiognomica, ma nel tempo di risposta a un messaggio di posta, o a una chat. Il disagio o la sofferenza non sono misurati dal silenzio, ma si misurano attraverso una strana sintesi delle frasi.
La sensibilità nell’era di internet non è un’energia, un carisma che percepisci, ma è uno spazio vuoto che sfugge a qualsiasi comprensione. La sensibilità è una città invisibile, come quelle che Marco Polo raccontava a Kublai Kahn nel celebre romanzo di Italo Calvino. Invisibilità e sensibilità sono la stessa cosa. Le persone oggi per rivelarsi devono farsi racconto. E facendosi racconto diventano persino ingannevoli. La sensibilità raccontata, spiegata, è un mondo di strade, di edifici, di parchi, di piazze che nessuno ha mai visto e che forse non ci sono. Ma che è bello inventare per altre persone che fanno la stessa cosa. In quest’era del ritorno alla scrittura, l’unico modo per vedere le cose è quello di definirle, notificarle, per così dire. Con i nuovi smartphone la funzione più importante di tutte, e ormai lo sappiamo, è proprio la notifica, il mettere nero su bianco tutto quello che ci sfugge, tutto quello che non sappiamo ancora. Lentamente siamo passati dalle sfumature della vita alle sfumature della sintassi, dalla visione delle cose a mondi immaginati e raccontati.
Il Marco Polo raccontato da Calvino è un narratore dell’invisibilità. E l’invisibilità non è altro che una sensibilità diversa. È stupefazione, manipolazione della realtà fino al punto più estremo, al limite del possibile. Per che cosa? Per nascondere al Kublai Khan il vero stato in cui versa il suo impero. La meraviglie delle città raccontate sono invisibili e solo immaginabili. Ma non possono essere reali.
Vale anche per il nostro nuovo mondo. Un tempo eravamo liquidi, oggi siamo invisibili. E non perché emarginati, lontani e ignorati da tutti, ma perché nel mostrare la propria invisibilità – paradosso di tutti i paradossi – recuperiamo quella sensibilità, quella immaginazione, quel modo di sognare un mondo che diventa reale solo se impariamo a scriverlo. Raccontava Calvino per voce di Marco Polo: «A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano». Come nella città di Cloe anche noi  nel web vestiamo la nostra invisibilità  di mille sorprese. E abbiamo paura di non riconoscerci.