Poi però c’è una sensazione di vuoto, quando hai finito di leggere l’ultima pagina. Ma anche una sensazione di sollievo. Viene dall’idea che alla fine la letteratura non è solo un esercizio estetico, un modo per sedurre il mondo, l’equivalente di un funambolo che cammina sul filo della vita usando per tenersi in equilibrio un’asta fatta di parole. Quando leggi Julian Barnes, questo libro di Julian Barnes, capisci che c’è una salvezza nella scrittura, un equilibrio strano per cui con quell’asta da funambolo, fatta di parole e lettere, di storie e pensieri, di scrittura e sentimento, riesci a restare in piedi anche se il vento del destino ti soffia addosso quasi a travolgerti e portarti via.
Livelli di vita è questo. Livelli di vita, il nuovo libro di Barnes che pubblica Einaudi (pp.118 16,50) è un libro sospeso e terreno, vero e doloroso, antico e modernissimo. È un libro che ti toglie il fiato. Ed è un libro costruito con uno strano criterio. È diviso in tre parti. E in tre storie. Le prime due sono storie d’amore immaginate da Barnes tra verità e finzione. L’ultima è il libro vero: si intitola: “Perdita di profondità”. Ed è il racconto del dolore dell’autore per la perdita della moglie, l’agente letterario Pat Kavanagh. Pat e Julian si sono sposati nel 1979. Lei è morta di cancro, in soli 40 giorni nel 2008. Il resto è lutto e dolore, è una vita da ricostruire, è un pensiero costante. Il resto è il tempo di un vedovo che si rilegge di continuo e che parla a lungo di sé. E se i primi due racconti, molto belli, sono un gioco letterario sublime e vertiginoso, degno di Barnes, dall’ultimo non riesco a staccarmi. Non riesco a staccarmi da sempre dal dolore che si fa scrittura. Da quella scrittura del dolore che non assolve niente e nessuno, che non salva, che non consola e che non aiuta. Non riesco a non rileggere di continuo quelle parole iniziali: «Il fatto è che la vita è di una precisione assoluta; si soffre nell’esatta misura di quanto vale la perdita, perciò si finisce per affezionarsi al dolore, secondo me. Se non importasse, non importerebbe».
Il racconto del dolore di Barnes, il racconto della sua perdita è il racconto di tutte le perdite: quelle dolorose e quelle irrimediabili. Il suo entrare come un chirurgo dentro la terminologia dell’assenza, dell’attesa, dentro le pieghe di verità essicate come fiori tenuti tra le pagine di un libro, è commovente e struggente, se posso utilizzare un termine come questo. Ma non basta, come in tutti i dolori mescolati alla vita come fossero colori densi di un pittore impressionista, la scrittura di Barnes va oltre il tempo della sua esistenza, supera i suoi ricordi, i suoi discorsi con Pat, la sua felicità di avere accanto una donna che ha amato per una vita intera ed entra in un territorio che da anni mi ossessiona, e se posso dirlo mi tiene spesso sveglio la notte: il territorio del dolore, dell’incapacità di sopportare la perdita, il passato e la memoria. Qualcosa di irrimediabile soprattutto per le generazioni più giovani: quelle che – luogo comune vorrebbe –  dovrebbero essere più lontane dalla nostalgia, dalla saudade, dal passato, da ciò che non può più esistere.
Il racconto di Barnes è un racconto proprio sull’affezione al dolore, sull’impossibilità di staccarsene. Lui non può farlo, ed è evidente. Ha quasi 70 anni, e la vita l’ha attraversata con lentezza e verità. Ma perché i ventenni e trentenni di oggi si lasciano abitare dal dolore come fosse una ineluttabilità? Ne incontro di continuo, e mi chiedo come sia possibile. Un lutto oscuro, lontano, inspiegabile che questo Livelli di vita riesce a raccontare con un’intuizione fulminea e spettacolare.
«Si soffre nell’esatta misura di quanto vale la perdita» è una bella frase. Ma l’abbiamo capovolta. Si perde per trovare una sofferenza che ci riconcili con un mondo senza intensità e verità, che ci riconcili con le giornate tutte uguali, con le attese di un futuro che nessuno ha promesso. Guardiamo i nostri figli che si mostrano a noi  terrorizzati di non poter convivere con la sofferenza perché niente c’è da guadagnare e niente c’è da perdere e  capiamo  le parole di Julian Barnes che sono poi quelle del fenicio Fleba nella Terra desolata di T.S.Eliot. «Dimenticò il grido dei gabbiani, e il guadagno e la perdita». Un libro così privato ci racconta quanto amare il dolore sia così salvifico da cercare una verità, una passione qualunque che possa giustificarlo fino in fondo. Perché la perdita senza valore è insopportabile.