Avevano detto che era una questione di tempo, che il web avrebbe cambiato le coscienze, il modo di vivere, le abitudini. Avevano detto che i cambiamenti sarebbero entrati dentro, in profondità, fino al fondo del nostro essere. Qualcuno si era allarmato. Altri avevano sottovalutato. Ma nessuno si è accorto che bisogna salvare la memoria delle cose come l’abbiamo sempre pensata, la memoria fisica, la memoria delle immagini che non sono video, o fotografiche, ma sono quelle che arrivano direttamente alla nostra retina. Nessuno se n’è accorto ma dobbiamo salvarci dal linguaggio scritto, dalla scrittura quando è finzione, che utilizziamo ormai per qualsiasi cosa, persino per comprare un libro online. Un gesto della vita, che dovrebbe essere normale, fisico, palpabile, estetico, oggi è spesso soltanto un digitare sulla tastiera, un loggarsi, un cliccare da qualche parte.
Se andiamo avanti a vivere buona parte di quel che conta delle nostre esistenze in una forma virtuale finiremo per cambiare persino il nostro modo di sognare. Saranno sogni di parole scritte, di monitor accesi, di fotografie. Sogni come clip, sogni come scrivanie di un sistema operativo di uno smartphone o di un computer. Parole senza corpo che recitano la vita come una nenia e rendono simili i dolori e gli entusiasmi, le opinioni e le storie. E questo accade perché la scrittura non è più un’appendice del vivere, ma è l’unico modo di esistere. Se c’è una crisi di governo, se c’è il rischio di un conflitto internazionale si scrive, si commenta. Qualunque azione quotidiana è raccontata, postata sul web. Non è importante il contenuto, ma è importante comunicarlo, e lo puoi fare attraverso le parole.
Sta accadendo che siamo entrati nell’epoca dell’intimità distante. Dove tutto quello che dovrebbe appartenere alla nostra pelle, alla nostra memoria, alla nostra storia entra in una dimensione letteraria, e poi in una dimensione pubblica. Quei due gesti, il primo di scrivere ciò che siamo e siamo stati, il secondo di cliccare il tasto “pubblica” non sono un automatismo inevitabile, sono un grumo che non sappiamo scogliere dentro le nostre vite. Pubblicare la propria intimità, ognuno decidendo fino a che punto possa e voglia spingersi, senza che ci sia riflessione tra scrittura e decisione di esporsi con la propria scrittura, è la follia di questo tempo. Una follia percepibile più spesso di quanto crediamo, uno straniamento di esistenze che non sanno più raccontarsi. E se tutte le scritture, da che mondo e mondo, hanno assolto il compito di elaborare il dolore, ora non sanno più rielaborare nulla, perché arrivano al paradosso di anticipare il dolore prima che si verifichi. Perché sono immediate e senza tempo, sono frettolose e senza corpo, sono ideologiche, nel senso filosofico del termine, e non realistiche.
«In questa mattina di splendido sole la colazione è davvero buonissima», leggiamo spesso sui social. Lo leggiamo da persone comuni come da persone importanti. Nel mentre, nel momento in cui avviene dobbiamo sancire un accaduto che non sarebbe nulla se non fosse scritto. E rimane nulla subito dopo. E quell’attimo in cui si posta, in cui si fa clic, cos’è tutto questo se non un flash potente che abbaglia e ci mostra tutti con gli occhi sbarrati davanti al niente?
Amo molto lo scrittore Julian Barnes: Livelli di vita è il suo libro più doloroso e intenso. Credo il suo più bello. È stato pubblicato tre anni fa. Racconta della perdita della moglie: l’agente letterario Pat Kavanagh. La scrittura di Barnes è memoria, vita cercata oltre ogni possibilità del dolore, attesa, attimi che si fanno lenti e si svolgono come un gomitolo. Scrittura di sé quella di Barnes, ma anche scrittura per noi tutti: «Metti insieme due cose che insieme non sono mai state. E il mondo cambia». Inizia con questa frase Livelli di vita. Vuol dire fondersi, mescolarsi, esistere davvero. Un libro di una intimità reale che ci insegna a fuggire dalla follia delle intimità distanti di questo nuovo tempo.