Quando racconti a un bambino che vediamo le stelle non come sarebbero oggi, ma come erano milioni di anni fa, ti accorgi che il suo sguardo cambia, che prende un’espressione di meraviglia. La luce viaggia molto veloce ma ha bisogno di tempo per arrivare fino a noi. Quindi vediamo un passato vivido, luminoso, reale che però potrebbe non esistere più e noi non lo sappiamo. Di quel passato ci arriva solo un’immagine, una luce che viaggia nel tempo.

Quando vedi la gente meravigliata e ossessionata dagli schermi ad alta definizione ti accorgi che è un retaggio di quella meraviglia del guardare le stelle di quando erano bambini. Perché la ricerca della nitidezza sempre più esasperata, il lavoro dei grandi colossi della tecnologia e dell’elettronica per produrre schermi a 4k, detti ultra hd, sempre più grandi, viene da qualcosa che sfugge a tutti. Non si tratta della voglia di vedere i film con più nitidezza, e non è un problema estetico. Certo le belle immagini emozionano e piacciono. Ma più saranno nitide e definite più appariranno innaturali, come qualcosa di nuovo e sorprendente. Come certi cieli stellati di luoghi lontani dalla civiltà, senza l’inquinamento delle luci artificiali, che restituiscono una intensità mai vista.

La gente cerca l’altissima definizione perché ha un problema di recupero del passato. È un problema di tempo, non di immagine. Come le stelle. Le vedi e ti confronti con il loro tempo, senza rendertene conto. I televisori del futuro daranno immagini perfette per essere ricordate. Le macchine fotografiche avranno milioni di pixel per non far sbiadire il passato. E così sarà con i video, e così per la chiarezza della musica e delle voci registrate.
In un mondo di famiglie con figli unici, dove i nonni non tramandano più il passato, e la memoria delle cose sfuma perché nessuno la conserva, l’altissima definizione è un’illusione straordinaria. Quando si dice: vedrete immagini di una qualità indimenticabile si intende questo. Quando ero bambino le foto dei miei nonni erano antiche, sbiadite e in bianco e nero. E più le fotografie erano antiche e più dovevi compensare, farti raccontare i dettagli perduti con il tempo, cercare di unire le linee che si perdevano. I filmini in super otto della mia generazione sbiadivano con il passare degli anni. E diventavano simili a quei flash back imprecisi dei film di un tempo.ù
La nitidezza è recupero del tempo, ma anche eternizzazione. Tutto deve durare per sempre in un mondo dove non dura niente. I volti, i video, le parole restano inalterabili, condannate dal digitale a non cambiare mai. Gli schermi sono sempre più grandi, perché il nostro modo di guardare il mondo è sempre più rapido e sfuggente. Si cerca di sostituire memoria e pensiero, passato e lontananza, attraverso una presenza deformata dalla prospettiva e dalle immagini a due dimensioni. Ci si vede con skype, con i social network: e i nuovi dispositivi, tablet o computer, promettono videocamere sempre più definite. Si fotografa tutto non per stupore, ma per arretrare un presente incerto un po’ più indietro, di quel tanto da trasformare l’appena vissuto in un attimo di eterno da conservare in qualche memoria digitale.
Uno scrittore che amo molto, Giorgio Bassani, in un suo libro del 1972 intitolato L’odore del fieno scriveva: «Il passato non è morto non muore mai. Si allontana, bensì, ad ogni istante. Recuperare il passato dunque è possibile. Bisogna tuttavia, se proprio si ha voglia di recuperarlo, percorrere una specie di corridoio ad ogni istante più lungo. Laggiù, in fondo al remoto, soleggiato punto di convergenza delle nere pareti del corridoio, sta la vita, vivida e palpitante come una volta, quando primamente si produsse. Eterna, allora? Eterna. E nondimeno sempre più lontana, sempre più sfuggente, sempre più restia a lasciarsi di nuovo possedere».
Abbiamo digitalizzato l’eternità. Accorciato il corridoio. È diventato piatto e sottile come i nuovi schermi. Abbiamo avvicinato tutto perché temiamo l’estraneità della nostra vita. E abbiamo paura del passato perché non sappiamo più cosa sia la lontananza.