Quello che manca alla letteratura è il coraggio. Le manca il coraggio da molti anni. Da quando gli scrittori hanno capito che le storie letterarie sono piene di autori sperimentali, di avanguardia che sono spariti nel nulla, che non vengono più letti, o che sono studiati solo nei manuali di scuola senza nessun trasporto da parte dei lettori. Smontare le strutture dei romanzi non ha mai portato bene a nessuno. Inventarsi un modo di scrivere innovativo e moderno ha prodotto avanguardie dimenticate o buone per qualche dibattito colto, o qualche saggio di critici molto intelligenti.

Questo ha contribuito a serrare i ranghi della letteratura, mettendola dentro un fortino ben arredato, sofisticato, fatto di legni pregiati e mobili d’antiquariato, oggetti desueti e broccati preziosi. Tecnologie d’antan e specchi ingialliti. Così mentre fuori dal fortino imperversa la modernità, scorrono fibre ottiche e grattacieli innovativi e sorprendenti, nel mondo della letteratura è tutto un sussurrare cortese, tutto un passare sopra ogni sperimentalismo, tutto un ignorare modernità e futuro per guardare a quello che Bassani chiamava il dolce pio passato.

Il risultato lo vediamo bene. E non solo in Italia. Gli scrittori ormai sono schizofrenici: raccontano del loro rapporto con il futuro, si angosciano di una scrittura che non riesce ad arrivare a un pubblico di lettori che vive la contemporaneità, e poi però sono terrorizzati del far la fine di James Joyce quando fallì con il suo Finnegans Wake. Punto più alto della dissoluzione del romanzo, certo, ma anche testo meno letto di tutti i tempi.

È un problema occidentale, soprattutto europeo. Figli della tradizione letteraria ottocentesca, da quella tradizione non riusciamo a scollarci. Così se dobbiamo trovarlo questo coraggio in letteratura è meglio che andiamo a cercare in luoghi di mezzo, in paesi lontani, capaci di innovare a livello strutturale e linguistico, e capaci di spezzare i luoghi comuni.

Diogo Mainardi ha fatto questo. A dispetto del suo cognome è brasiliano, anche se vive per lunghi periodi in Italia. Il suo romanzo si intitola: La Caduta (sottotitolo: I ricordi di un padre in 424 passi). Lo pubblica Einaudi (pag.155, 18 euro). Bene: sappiate che La Caduta è un libro meraviglioso. È quello che vorrei leggere sempre da ora in poi. Perché ha tutto. È sperimentale ed è pieno di cultura. È vero ed è letterario. È artificioso e allo stesso tempo di una verità e di una sincerità spiazzante. È pieno di dolore ed è pieno di gioia. È vivo ed è una riflessione pacata di grande saggezza.

Cosa racconta La Caduta? La storia di Tito, il figlio di Diogo. Nato a Venezia nel 2000. Tito è nato con un danno cerebrale molto grave per colpa dell’imperizia di un medico durante il parto. La Asl di Venezia è stata condannata, per questo motivo, a pagare più di tre milioni di euro. Diogo scrive questo libro che è costruito tutto sulla caduta e sui passi, sulla possibilità di camminare. Perché Tito lotta ogni giorno per fare un passo dietro l’altro senza cadere. Si tratta di arrivare a fare 424 passi uno dietro l’altro, come una conquista, come fosse scalare l’Everest. Diogo Mainardi dice che lui a Tito gli ha fatto da sherpa.

Adesso tutti penseranno al classico libro dove il padre racconta un dramma personale con tutta la tenerezza, con tutta la dolcezza possibile. Un libro di sentimenti e di amore. Se fosse così ne parlerei con rispetto ma non direi che è un libro bellissimo. Non è affatto questo: Mainardi va molto più a fondo. Inventa un forma di romanzo che non esiste. Mette in comunicazione l’arte, la scrittura, il nazismo, la storia, la circolarità di Giovan Battista Vico. Unisce i fili delle cose. Racconta dell’amore per suo figlio e raccontando la sua storia racconta la storia. Ti spiazza senza volerti spiazzare, ti intenerisce con misura e pudore, ti mette nella circolarità del mondo e non ammicca mai, non cerca di portarti a sé. Racconta senza l’arroganza di tenersi a distanza. Ti parla del suo struggimento per Tito, senza chiedere al lettore di aderire ai suoi sentimenti. Quando lo finisci ti rendi conto che è così che vorresti scrivere. Per altri scrittori potrebbe essere fastidioso capirlo. Per me è quello che vorrei cercare e trovare in ogni libro.

Il sogno di scrivere Cotroneo