Lo studio di Yves Bonnefoy è nel quartiere di Montmartre a Parigi, e lì sembra che la tecnologia non sia ancora arrivata. Uno studio pieno di carte e di libri. Ma non c’è da stupirsi, Bonnefoy, forse il più grande poeta vivente, ha compiuto 90 anni lo scorso giugno. Da tempo si dice che dovrebbe vincere un premio Nobel, ed è ancora fedele al suo mondo analogico e alla sua poesia. Per i suoi 90 anni lo hanno intervistato in molti, sul significato della poesia e lui ha sempre detto la stessa cosa. Oggi la cultura dominante ha emarginato la parola poetica, quasi inibisce le persone ad avere atteggiamenti poetici. Ma quando Bonnefoy parla di atteggiamenti poetici, non intende ovviamente quel modo goffo di pensare la poesia dei cosiddetti non poeti. Ovvero quel portare a un registro lirico ogni cosa vissuta, anche quelle per cui non ne varrebbe la pena. Non è un modo sempre un po’ retorico e postromantico di definire l’esistenza. Ma è invece quella che lui chiama: la poesia fondamentale. Il saper cogliere con esattezza il mondo, il saper conoscere l’altro da sé. La poesia è adesione al mondo insomma, non è un volo pindarico di aggettivi e metafore buone per suscitare effetti sorprendenti nei lettori. La poesia è esperienza ed esattezza nel rendere viva l’esistenza.
Bonnefoy è un grande poeta, che è stato amico di André Breton, di Paul Celan, di Octavio Paz. Tutti poeti che avevano un’idea ed una esperienza precisa del mondo. E non può immaginare sostanzialmente due cose: che i social network hanno portato alle estreme conseguenze quell’idea di poesia che non definisce il mondo, ma accentua sensazioni ed emozioni. Enell’accentuarle si pensa prendano un valore poetico.  Questo è sicuramente un problema per un mondo che svilisce la parola poetica proprio perché ne va a cercare tutti i difetti.
Ma la seconda cosa che non sa Bonnefoy, e che non sa quasi nessuno, è un’altra ancora: che alla University of Southern California lavora un ricercatore che insegna ingegneria elettrica e chimica. Si chiama Daniel Lidar. È un tipo normale, diciamo così. Di quelli che si occupano di teoria dei sistemi quantistici. E che fanno esperimenti piuttosto complessi. Da qualche anno Lidar lavora a un progetto molto ambizioso. Quello di cambiare per sempre il modo in cui vengono elaborati i dati. Ovvero non più con i bit, termine ormai entrato nell’uso comune ma con i qbit. Non è solo un potenziamento delle capacità di calcolo. È molto di più. Si tratta di un computer quantico che non ragiona attravero un sistema binario, ma con un quantità di possibilità in più che possono essere epocali. Inutile affannarsi, Apple non fabbricherà i nuovi portatili con questi processori. Il cammino è lungo. Basti solo sapere che gli unici due elaboratori quantici esistenti costano circa 15 milioni dollari, e i processori devono essere raffreddati a una temperatura vicinissima allo zero assoluto. Ma su questi computer c’è un interesse di Google, dei cinesi, della Cia, e di mezzo mondo che tiene molto alla possibilità di elaborazione e intreccio dei dati.
Nel vecchio studio di Yves Bonnefoy a Montmartre non ci sarà mai spazio per una tecnologia del genere. Ma i computer quantici oltre a potenziare le possibilità dei motori di ricerca, e dunque la nostra capacità di accedere a informazioni, hanno la capacità di imparare dall’esperienza. Saranno i primi computer che non soltanto ricordano e hanno memoria, ma riflettono su quel che sono stati. Se ricordi, se hai memoria, e se rifletti, hai nostalgia, e rischi di trasformarti in un poeta artificiale capace di usare l’esperienza come capacità di aderire al mondo. L’incubo maggiore è questo: con i computer quantici, freddi come la temperatura dello zero assoluto in cui devono operare, la poesia fondamentale di cui parla Bonnefoy potrebbe avere nuova linfa. Mentre gli umani continueranno a praticare la poesia come un’esperienza emozionale narcisistica che non sa restituire la vera essenza delle cose.