Utopia vuol dire non-luogo. E il web è un non-luogo abitato da sogni, ideali e identità. Ma il web è una strana utopia, perché proprio quei sogni e quegli ideali finisce per allontanarli. E ci rende meno liberi e meno autentici. Questo accade per un motivo preciso: che ha a che fare con la nostra conoscenza e il nostro sapere. Per spiegarlo meglio dobbiamo partire da Aristotele, passare da un’immagine tipica dell’Italia degli anni Sessanta, e infine andare in India, a Madras.
Aristotele è stato il primo filosofo a parlarci di téchne. Che cosa è la téchne? Se traducessimo questo termine greco in modo banale diremmo che è la «tecnica». È il saper fare le cose.  Ma non è solo questo. I romani traducevano téchne con ars. L’arte di fare qualche cosa. Erano tempi lontani. Non esisteva ancora una distinzione, che fu poi dell’età moderna, tra sapere e saper fare. Il sapere era ancora unito, indivisibile.
L’ars, per i romani, aveva un significato molto esteso e comprendeva mestieri di ogni genere. Ancora oggi siamo affascinati da coloro che conoscono l’arte di fare le cose. Ci fermiamo a osservare un artigiano che lavora il legno, un arrotino che affila un coltello, una tessitrice che aziona un telaio. Ancora oggi, quando si affida un lavoro a qualcuno, si pretende sia fatto a: «regola d’arte».
Se vogliamo renderci conto di quanto sia problematico per tutti noi non essere più in grado di capire il funzionamento delle cose che utilizziamo ogni giorno, dobbiamo tornare a un’immagine tipica dell’Italia degli anni Sessanta. Quando era facile vedere automobili sul lato della carreggiata con il cofano aperto, e il conducente chino sul motore a controllare il guasto. È un’immagine antica ormai, appartiene a un mondo che aveva competenza sulle cose quotidiane. La conoscenza delle tecniche era parte della vita. Oggi se si ferma un automobile di ultima generazione non lo apri neppure il cofano, è tutto sigillato: puoi solo chiamare soccorso. Vale anche per un tostapane, per un computer, per un televisore. Non sappiamo di che materiali sono fatti e non conosciamo il funzionamento della maggior parte degli stumenti che utilizziamo ogni giorno. Il nostro mondo quotidiano è per lo più sconosciuto. Viviamo dentro un sapere utilitaristico e astratto.
Ma a cosa porta tutto questo? Una delle risposte si trova a Madras, in India, dove Yona Friedman, architetto, designer e urbanista ungherese, che vive da sempre in Francia, ha fondato il “Museum of Simple Technology”. Lì si imparano le tecniche e le regole della cosiddetta autocostruzione, si progettano strutture con il bambù e altri materiali naturali, quelli che fanno parte del proprio mondo. Lì sapere e saper fare, praxis e téchne come avrebbe detto Aristotele, diventano una realtà concreta.La semplicità tecnologica è solo un sogno. Non si possono certo costruire grattacieli in bambù, o computer fatti di canne intrecciate. Ma per avere il dominio sulle cose di cui ci serviamo dobbiamo essere meno indifesi di fronte alla tecnica. Ritrovare la capacità di fare. Dobbiamo sforzarci di capire, rimetterci al centro della nostra vita. Non conoscere più le tecniche, non saper più riparare le cose – come il gesto ormai inutile di aprire il cofano dell’auto, per intenderci – vuol dire non poter vivere in luoghi dove il nostro sapere si unisce al nostro saper fare: come gli artisti del Rinascimento che conoscevano sia la composizione chimica dei colori sia la tecnica della prospettiva. Oggi in questo mondo impalpabile, senza luoghi definiti, ci illudiamo di sapere tutto. Ma in realtà non controlliamo niente. Viviamo confinati in una terra sconosciuta dove ci muoviamo senza capire il perchè.