Quell’anno il 9 novembre cadeva di martedì, ed erano passate le 17.00 da quindici minuti. A New York la gente cominciava a uscire dagli uffici, gli ascensori dei grattacieli viaggiano a pieno regime e tutto sembrava andare come al solito. Quell’anno, era il 1965, il presidente in carica si chiamava Lyndon Johnson, il dramma del Vietnam si avvicinava sempre di più e a Londra tre ragazzi che di cognome facevano Barrett, Waters e Gilmour fondavano un gruppo musicale a cui avrebbero dato il nome di Pink Floyd.
Il 9 novembre 1965, alle 17 e 28 minuti New York si spense completamente. Da una centrale delle Cascate del Niagara partì un black out, il primo della storia, che interessò New York, e poi a distanza di qualche minuto buona parte degli stati della costa orientale americana.
Durò per ben dodici ore. La gente rimase bloccata negli ascensori, gli aerei non potevano atterrare, le automobili finirono tutte dentro giganteschi ingorghi. Eppure quel “Great black out”, come poi fu chiamato, lasciò uno strano senso di felicità. Il sindaco della città, Robert Wagner, dichiarò che era stata forse «la notte più bella di New York». E alcuni sostengono che nove mesi dopo, ci fu anche un boom di nascite.
I black out sono cambiati con il tempo. Manca la luce, si dice ancora. Ma ormai non manca soltanto la luce, si blocca tutto: riguarda la gente che si muove per le città, che non sa più dove andare, che accende candele, che cerca una torcia elettrica per poter vedere qualcosa. Il black out è una notte che si riprende il suo spazio, come un riscatto di un mondo troppo illuminato. E nei black out si condividono i disagi. A New York in quelle ore la popolazione collaborava, si aiutava a vicenda, trovava riparo, aspettava che passasse. E non fu un dramma, alla fine, anzi.
Ma a circa tremila miglia più a ovest, a Mountain View, California, dove ha sede Google, non hanno vissuto con lo stesso romanticismo il loro primo black out della storia. Accadeva alle 15.52 del 16 agosto 2013. Per soli quattro minuti è saltato il sistema di Google. Non solo non funzionavano più le mail, le agende e i calendari sincronizzati, ma anche il motore di ricerca non rispondeva più. Quattro minuti soltanto, meno del tempo che impiegate a leggere questo articolo. Eppure c’è stato un crollo del traffico mondiale di internet di quasi il cinquanta per cento.
Alla sede di Google avevano i sudori freddi. E sembrava si fosse spento il mondo, anche se le luci esistevano, i monitor erano accesi, gli ascensori funzionavano. Chi ha consulato Google in quei quattro minuti non ha realizzato fosse un black out. Ognuno avrà dato la colpa alla sua connessione o al suo smartphone.
Ma se invece che soli quattro minuti fosse durato dodici ore? Cosa sarebbe accaduto? I black out di internet sono tecnologici, informativi, mentali, non percettivi. Non bloccano i movimenti, non limitano la vita quotidiana, non tolgono la possibilità di fare footing nel parco. Non fanno saltare la partita di tennis serale prenotata da giorni. Non spengono i semafori, e neppure le vetrine. Ma spengono quell’idea di raggiungere in pochi secondi le informazioni di cui abbiamo bisogno. Spengono la possibilità di sapere senza voler attendere, allungano il tempo delle risposte alle continue domande che facciamo a questo oracolo sotto forma di algoritmo. Se salta Google salta la nostra memoria provvisoria di ogni giorno. E rimaniamo in compagnia di quel che sappiamo da sempre, di quello che conserviamo di più prezioso. Quel mondo di desideri, saperi, visioni che portiamo con noi, impolverati e in penombra: the dark side of the moon, il lato oscuro della luna, come cantavano i Pink Floyd, quello che tendiamo a trascurare a vantaggio della parte in luce nel cielo della nostra notte.
Stare senza Google per qualche ora ci porterebbe a fare domande nuove a persone vere, e chi lo sa se dopo nove mesi ci sarebbe, come accadde quella volta a New York, anche un incremento delle nascite.