L’altro giorno sono salito su un taxi. Dovevo attraversare Roma per un appuntamento di lavoro. Il taxista era un signore anziano: sul cruscotto aveva ancora uno di quei portafotografie calamitati che si usavano trent’anni fa. C’era un curioso silenzio, che non riuscivo a capire bene. Lui non aveva la radio. Quel gracchiare continuo lo stressava, preferiva prendere i clienti nei parcheggio. E io avevo dimenticato a casa il cellulare. Per cui sembrava di essere in un altro mondo. Abbiamo cominciato a parlare, prima del caldo eccessivo, poi di suo figlio che non trova lavoro, infine del giorno in cui sarebbe andato in pensione. Sarebbe voluto tornare in Abruzzo, in montagna dove c’era la casa che fu dei suoi genitori.

Quando sono sceso, mentre pagavo la corsa, mi ha detto: «erano mesi che non parlavo con un cliente. Sono tutti con il telefono in mano. O parlano, o scrivono». «Sono sempre connessi», gli ho risposto. «Connessi? Io queste cose non le uso. Non lo so che stanno a fare. Ma glielo dico: non ce l’hanno la faccia felice. Non vedono, non sentono. Sono mummie».

Mummie connesse. Ma pur sempre mummie. Quella sera stessa un amico che non vive in Italia mi dice di scaricarmi Quip, perché è fantastico. È un nuovo software inventato dall’ex CTO di Facebook Bret Taylor che rivoluziona i word processor, i programmi di scrittura. Tutti sappiamo che i programmi di scrittura negli anni non sono mai cambiati. Trent’anni fa Microsoft inventò Wordstar, programma che girava che si caricava con un floppy disk. Wordstar non era molto diverso dal Word che si usa oggi. Le funzioni di base sono ancora le stesse. Nel tempo programmi e applicazioni sono cambiati. Ma il word processor no. D’altronde scrivere è pratica uguale da qualche millennio. E per quanto tu possa arricchire un programma di scrittura, hai poco da aggiungere. Anzi più aggiungi peggio è.

Ma Quip è rivoluzionario perché fa una cosa che non so se dovrebbe fare, e non so neppure se è una buona cosa. Ovvero è un programma di scrittura social. La prima cosa che ti chiede appena lo avvii è questa: posso accedere ai tuoi contatti?

Insomma mentre scrivi puoi confrontarti con i tuoi amici. Loro possono vedere le tue revisioni, possono litigare con te su un aggettivo, possono condividere ogni virgola, e correggere, eventualmente. È una chat e un word processor al tempo stesso. E comincio a credere che il mondo ogni tanto vada al contrario. Tutti connessi anziché parlare con i tassisti, scambiare due parole con un barista, osservare il mondo che hai attorno, imprimerti nella memoria immagini, suoni, movimenti e storie. Tutti assenti dal mondo quando dovrebbero stare nel mondo. E poi tutti presenti quando invece dovrebbero isolarsi, dovrebbero scrivere senza rotture di scatole.

Un tempo quando si scriveva qualcosa di importante, che fosse una tesina di scuola, oppure una relazione di lavoro, o un racconto, o una lettera delicata si staccava il telefono. Si prendeva la cornetta e la si appoggiava sul tavolo perché l’apparecchio risultasse staccato. Non si apriva a nessno e se arrivava il postino era una gran rottura. Rituali di silenzio e di concentrazione che gli scrittori hanno da sempre. Balzac accendeva sempre quattro candele prima di scrivere. Mark Twain indossava una camicia bianca. Ernest Hemingway scriveva in piedi. Mai da seduto. Nessuno di solito vuole essere disturbato. Solo dopo puoi far leggere quello che scrivi, commentarlo, discuterlo, litigare sullo stile, sulla storia, sulla forma.

Ma farlo nel “mentre” è qualcosa di inquietante. E se il futuro dei wordprocessor è la scrittura social, è la condivisione di tutto, credo di poter dire che mi tengo i vecchi Word. Un po’ noiosi, vecchi come una penna stilografica difettosa. Ma con quelli puoi chiudere la porta, staccare il telefono. E scrivere. Per poi uscire di casa, e farsi una corsetta per scaricare la tenione, come fa d’abitudine Haruki Murakami. E se capita chiedere al tassista come è finita con quella sua casa in Abruzzo. Guardando la gente negli occhi, e sorridendo. Perché il sorriso è la forma di condivisione più bella che conosco.